Agostino Di Scipio
Carsten Nicolai ha iniziato come artista visivo a Berlino nella seconda metà degli
anni Ottanta. Le sue installazioni, spesso concepite specificamente per i luoghi in cui
vengono poste, hanno progressivamente inglobato varie componenti elettroniche. L'esigenza
di dotarle di uno sviluppo temporale, oltre che spaziale, ha spinto Nicolai a lavorare
sempre più spesso anche sul suono, in particolare quello elettronico, cioè su un materiale che non può che vivere nel tempo.
A partire dalla metà degli anni Novanta, questa componente sonora ha
seguito un suo sviluppo autonomo, al punto che Carsten Nicolai ha
deciso di fondare un'etichetta, la noton, per produrre e distribuire i progetti
sonori suoi (spesso sotto lo pseudonimo di noto o anche alva noto) e di altri
artisti. Gli sforzi della noton si sono presto uniti a quelli di un'altra piccola
etichetta, la rastermusic con sede a Chamnitz. La fusione ha dato vita a raster-
noton, promotrice di varie iniziative spesso di carattere 'collettivo'. Per esempio
il progetto 20'to2000 (venti minuti al 2000), presieduto da Nicolai ma sviluppato
in collaborazione con altri, consiste in un insieme di 20 CD di 20 minuti ciascuno, tutti
riuniti sotto un unico titolo e un'unica concezione progettuale, firmata appunto da
Nicolai. Questo progetto ha vinto il premio Golden Nica del festival Ars
Electronica (Linz, 2001). Nel frattempo la raster-noton è uscita con altri progetti
collettivi, come OACIS (optics acoustics calculated in seconds), consistente nella
pubblicazione di un libro e di un CD in un'unica confezione. Per Carsten Nicolai è ora il
turno di AUTOPILOT, comprendente anch'esso un CD (46 minuti, 20 tracce, durate
variabili dai 4 secondi agli 8 minuti) e un libro (con foto che illustrano varie
installazioni dell'artista, brevi testi introduttivi al suo lavoro, e una breve
intervista).
Per presentare AUTOPILOT mi pare necessario concentrarsi su tre domande, semplici
e complesse allo stesso tempo: Che musica è quella di Carsten Nicolai? Come influisce,
nella sua proposta, il fatto che egli nasca come artista visivo, come pittore ma
soprattutto autore di installazioni che usano materiali video e varie tecnologie? Infine,
da quale tipo di prassi produttiva musicale (e per quale tipo di fruizione) nasce un
lavoro come AUTOPILOT?
Che musica è?
Innanzitutto sgombriamo il campo da un equivoco di fondo: AUTOPILOT non ha un
contenuto propriamente 'musicale' secondo il significato di senso comune dato di solito a
questa parola. Per evitare l'equivoco basta dire che Nicolai vuole spostare il centro
dell'attenzione dalla 'musica' al 'suono'. Non a caso come indicazione di copyright sul
suo CD si legge: "all sound carsten nicolai (c) 1997/2002". Appunto sound, non music (né
tantomeno lyrics, perché comunque non ci sono parti cantate).
In questo senso, Nicolai
eredita un'approccio che è proprio di tutta la 'musica elettronica' da cinquant'anni a
questa parte: l'accento è sulla composizione dei suoni, prima che sulla composizione coi
suoni. Dobbiamo allora pensare che AUTOPILOT sia un lavoro di 'musica elettronica'
(o di 'musica concreta' o 'elettroacustica', ecc.)? In realtà ciò sarebbe molto
problematico: per un artista come Nicolai, il problema della composizione coi suoni, cioè
il problema di quello che si direbbe normalmente 'fare musica', non si pone nemmeno.
Ciascuna delle traccie di AUTOPILOT presenta uno o più suoni generati
elettronicamente, ma non sviluppati in un'articolazione musicale vera e propria: brevi
impulsi di rumore (il termine in voga è glitch), suoni puri (sinusoidali), texture di
granuli sonori che si alternano con scariche elettriche (il caratteristico buzzing di
cavi audio lasciati disconnessi) e altri artefatti di circuitazioni elettroniche
difettose.
Allora possiamo dire che, in prima battuta almeno, quella di Nicolai è sound art,
non 'propriamente' musica. Si tratta d'altra parte di un modo di operare condiviso da
numerosi artisti (specialmente in Germania, ma poi anche in tutta Europa) che arrivano
creativamente al suono senza passare per normali percorsi di apprendistato musicale. Con
la sua proposta, Nicolai si concentra su pochi fenomeni del suono: egli è un 'minimalista
elettronico'. Come succede nella tradizione del minimalismo visivo (per esempio nella
optical art degli anni Sessanta e Settanta), più che nel minimalismo musicale, Nicolai è
interessato alla pura e semplice presenza di questo o quel minimo accidente sonoro, al
modo di manifestarsi del suono.
Perciò, nell'usare il termine 'minimalismo' non mi riferisco alla ripetizione di strutture ritmiche, e non
penso affatto a uno Steve
Reich o a un Philip Glass (semmai veri minimalisti, nel senso della pura
presenza dei suoni, sono stati compositori come Morton Feldman, oppure come
Alvin Lucier, con la sue installazioni sonore già negli anni Sessanta). Nessuna
delle traccie di AUTOPILOT è dotata di un beat forte e chiaro, né di una figura
ritmico-melodica distinguibile. Le minime variazioni interne al suono vanno assorbite "in
quanto tali" (secondo un antico motto di John Cage).
Con ciò però non abbiamo detto tutto. I suoni di Nicolai sono anche segni udibili della
presenza di congegni tecnologici (non sono sempre perfettamente funzionanti).
Dobbiamo insomma pensare a una forma di 'pop art sonora', vicina a quella corrente di
sperimentatori ingenui che è stata chiamata residualismo? Probabilmente sì. Spesso queste
produzioni vengono anche indicate come microsound, anche se certamente così le si mette
affrettatamente in comunicazione con ambiti di sperimentazione e ricerca molto diversi,
che attraversano tutta la storia della musica elettronica (cfr. Curtis Roads,
Microsound, MIT Press, 2001).
Con maggior precisione, AUTOPILOT è una forma
di 'arte post-digitale', cioè una forma di costruzione sonora nella quale il 'rumore
tecnologico' è concepito come 'voce' del mondo interamente cablato che costituisce oggi
il nostro ambiente di vita (cfr. Agostino Di Scipio, Uno scenario post-
digitale? Riflessioni ambivalenti sul suono in Internet, Musica/Realtà, n.65, 2001).
Non a caso il segnale digitale delle 20 tracce di AUTOPILOT è talmente scabro,
nudo e privo di elaborazione, che il CD player rischia talvolta di comportarsi in modo
anomalo. Il suono iniziale della traccia 14 (intitolata "pixel") viene interpretato da
uno dei miei CD player professionali come una specie di comando per l'azzeramento del
volume: da quel punto in poi il CD, pur continuando a scorrere, resta muto. (Ho dovuto
cambiare CD player per ascoltare le rimanenti tracce).
Parallelamente a questo aspetto del suo lavoro, Nicolai mette anche l'accento,
soprattutto mediante la accuratissima veste grafica e mediante il modo in cui ne parla,
su quello che egli descrive come un'ambizione 'scientifica': gli interessa riprodurre,
nel suono, il modo in cui si creano certe sorprendenti configurazioni che si trovano in
natura. Gli interessa quindi un legame analogico tra il suono e il formarsi di certi
processi naturali. Certo, i suoni di AUTOPILOT non assumono mai un aspetto
naturalistico, e rimangono decisamente e deliberatamente 'elettronici'. Però nelle
intenzioni di Nicolai il processo messo in atto dalla minime differenze interne al suono
dovrebbe riflettere principi tipici della genesi di certe forme naturali (Nicolai si dice
affascinato dai processi di 'auto-organizzazione' della materia, come per esempio nella
formazione dei cristalli, dei fiocchi di neve, ecc.).
Nell'intervista contenuta nel libro, Nicolai parla di uno dei suoi progetti ancora
incompiuti, quello di tradurre in suoni i rapporti numerici dell'architettura di certi
edifici a lui cari: cosa di per sé non difficile, ma assai più vicina ad una visione
idealistica, armonica e pitagorica, che non alla semplicità diretta e immediata degli
artefatti sonori di AUTOPILOT. In fondo sono compresenti in lui due tensioni: una
verso il rumore elettronico come residuo tecnologico, come manifestazione del
funzionamento delle macchine; l'altra verso una visione platonica, metafisica della
struttura musicale, anche se 'minimale'. Sono entrambe tensioni piuttosto astratte e
ingenue (musicalmente parlando), ma delle due certamente la prima (che rimanda a
un'approccio critico e inventivo nei confronti delle macchine dentro le quali viviamo) mi
pare più interessante.
Come fa Nicolai a tenere insieme queste due tensioni? Forse il momento comune sta nella
priorità data all'errore, al 'rumore', inteso da Nicolai come sorgente di auto-organizzazione
e di informazione, come avviene nella genesi delle forme organiche.
Questo 'richiamo alla natura' - proprio nel bel mezzo di un'arte completamente
tecnologica - può essere di per sé spiazzante, e dunque promettente di sviluppi
imprevisti. Però, all'ascolto di AUTOPILOT, si ha la sensazione che alla fine
l'idea del 'rumore' sia giocata da Nicolai come un manifesto ideologico, come una
bandiera, e ciò secondo me impoverisce il contenuto della sua operazione (per una visione
complessiva sul tema del 'rumore' come paradigma artistico cfr. Agostino Di
Scipio, Der komponist als rauschgenerator, Inventionen 20 Jahre, Berlin, 2002;
e Della turbolenza, Konsequenz, Napoli, 1999).
Queste due tensioni (una verso il 'rumore' e il 'residualismo tecnologico', l'altra verso
una pseudo-scientificità estetizzante) sono evidentemente in contrasto tra loro. Il bello
di AUTOPILOT è che questo contrasto si sente e non viene evitato dall'autore. Ma
questo forse è proprio l'aspetto più schiettamente originale della proposta di Carsten Nicolai.
Spesso il senso complessivo del lavoro di un artista riflette un passaggio biografico
importante, un ricordo indelebile. Nel libro di AUTOPILOT a un certo punto si
legge che, nella Berlino est della sua fanciullezza, Nicolai amava ascoltare alla radio i
segnali a onde corte che arrivavano da Mosca: una voce che leggeva una lista di numeri
per ore e ore di seguito - messaggi in codice che nessuno poteva comprendere, necessari
alle attività di spionaggio e controspionaggio della 'guerra fredda'. Naturalmente queste
voci che 'davano i numeri' si mescolavano agli effetti di interferenza, di disturbo, ecc.
caratterisici delle trasmissioni radio (e possiamo immaginare la qualità della radiofonia
a onde corte di una ventina di anni fa a Berlino est). Ora, proprio questo mix di codici
senza senso, da un lato, e disturbi intermittenti, dall'altro, riflette il dualismo
caratteristico del lavoro di Nicolai: da una parte un formalismo affascinato dalla
propria vuotezza, attratto dalla cornice posta intorno ai contenuti sonori minimali;
dall'altra i segni udibili del funzionamento di una tecnologia di comunicazione di
massa.
Come influisce il fatto che Nicolai provenga dall'ambito delle arti visive?
Il 'minimalismo elettronico' di AUTOPILOT, con queste due tensioni divergenti
interne, riflette fedelmente le installazioni audio-video di Nicolai. D'altra parte egli
stesso nega che vi sia attrito fra le sue due attività, e prova a portarle avanti in
progetti che le comprendano entrambe. Consideriamo, ad esempio, due sue installazioni,
quella intitolata "bausatz.noto" (e quella intitolata "milch", entrambe del 2000.
In "bausatz.noto" (vi è un tavolo con, affiancati l'uno all'altro, quattro piatti
Technics MKII con sopra quattro dischi in vinile trasparente con suoni dello stesso
Nicolai; i visitatori possono cambiare liberamente la velocità di rotazione e i solchi di
ciascun disco; vengono distribuite delle cuffie per ascoltare i suoni provenienti dai
piatti; alcuni altoparlanti sono posti in una sala diversa da quella dove si trova il
banco coi quattro Technics.
L'installazione propone una specie di 'remix aperto'. Il
suono viene però separato dai gesti compiuti sui piatti. Si deve aggiungere che i
visitatori intenti all'ascolto in cuffia, e quelli che eventualmente si avvicinano al
tavolo dei Technics per modificare la velocità e i solchi dei dischi, coi loro movimenti
causano tutta una serie di piccoli rumori caratteristici, che finiscono per integrarsi
all'installazione (avete mai provato ad ascoltare il fruscio degli abiti, i rumori dei
passi di decine di ragazzi che si muovono, magari accennando movimenti di danza, in una
sala di ampie dimensioni, ascoltando musica in cuffia?). Qui è chiaro
l'intento 'decostruttivo', il divertimento dissacratorio. In più vi è un chiaro
riferimento a una certa forma di produzione e fruizione musicale, legata alle azioni
tipiche del DJ (il tipo di piatto adoperato è ben noto ai DJs).
Nella seconda installazione, "milch", vi sono dei coni di altoparlante (subwoofers)
posizionati a terra, orientati verso l'alto; su di essi sono posti piccoli contenitori
d'acqua; ai coni vengono mandati segnali sinusoidali a varie frequenze, piuttosto gravi;
a seconda della frequenza (e del rapporto tra lunghezza d'onda e dimensioni del
contenitore d'acqua), sulla superfice dell'acqua si creano figure geometriche più o meno
interessanti, analoghe alle 'figure di Chladni' ben note a chi si occupa dell'acustica
degli strumenti musicali. In questa seconda installazione è chiaro l'intento di creare
una connessione immediata tra suono (frequenza) e figura (rete di nodi delle risonanze
sulla superfice d'acqua). L'intenzione, insomma, di 'vedere il suono'.
Su questo aspetto 'sinestetico' si dilunga uno dei testi raccolti nel libro di AUTOPILOT.
Esso riflette bene il 'livello scientifico' degli esperimenti che interessano a Carsten
Nicolai (esperimenti simili, però ben più sofisticati, sono stati compiuti da vari
artisti sonori già negli anni Settanta). Occorre dotarsi di una notevolissima dose di
ironia per accettare la presunta 'scientificità' di questi esperimenti... In realtà, a
mio avviso, quello che importa davvero a Nicolai non è tanto l'esperimento, ovvero il
tentativo di conoscenza empirica caratteristico del procedimento o del particolare
effetto conseguito, ma solo l'immagine finale (e deliberatamente banale, minimale) che
egli ottiene. Un'immagine che, con la sua semplice geometria, riflette un uso ingenuo
della tecnologia. Quello che importa, insomma, è l'affermazione di una certa posizione
estetica, indipendentemente dal valore di questa o quella scelta artistica particolare.
Le installazioni come "milch" forniscono a Nicolai le immagini pubbliche - proprio nel
senso di 'loghi' o di 'icone' - del suo minimalismo elettronico. Dunque, quest'arte è
impegnata nella produzione delle icone che pubblicizzano sé stessa. La 'scientificità'
dell'approccio sta in questo: nel perseguire un'immagine di rigore formale che è,
appunto, posta come pura idea, come icona rappresentativa di una 'estetica' vuota di
contenuto empirico. Quello che viene comunicato è, nel bene o nel male, una specie
di 'volontà di estetica' che sopravvive all'assenza di contenuto, e che allora si
concentra su aspetti minimi della materia.
Si capisce allora anche il perché della veste grafica, finto-povera, e in realtà
curatissima, di AUTOPILOT. Il CD, color giallo uniforme, privo di scritte, si
trova nel retro della copertina del libro, e il libro a sua volta è fornito dentro una
busta di plastica trasparente. Il tutto viene corredato da grafismi che
sono 'elettronici' prima di tutto nella loro forma esteriore, cioè sono rappresentazioni
iconiche del funzionamento di strumenti tecnologici e di calcolo. Il packaging diventa
elemento costitutivo del prodotto; cioè, in termini più generali, esso è parte dell'opera
d'arte (un altro segno di arte pop e concettuale). Ciò però non è una caratteristica
esclusiva di AUTOPILOT, né di Nicolai in particolare: è piuttosto l'etichetta, la
raster-noton, a farsi soggetto autoriale, cioè a firmare, mediante il packaging, il
prodotto artistico. Non a caso etichette come questa, o come la mille-plateaux
(con la quale Nicolai talvolta collabora), sono spesso uscite con progetti collettivi
privi di indicazione di autore, privi di un nome che non sia il nome (e il logo)
dell'etichetta stessa. Come nella mitica Factory di Andy Wohrol, qui è il
team che crea il prodotto e lo firma.
Quale prassi musicale alla base di AUTOPILOT?
Per produrre i suoni di AUTOPILOT non c'è bisogno di sofisticate strutture di
produzione musicale. Certamente nel lavoro di artisti come Nicolai vengono meno molti di
quelli che sono dei 'punti fermi' della catena di produzione musicale alla quale gran
parte di noi è abituata. Per fare AUTOPILOT Nicolai non è mai entrato in uno
studio di registrazione, non ha dovuto sedersi ad un banco di missaggio, né ha chiesto a
altri di farlo: niente missaggio, niente takes da montare, editare, ecc. E poi niente
sintetizzatori, campionatori, ecc. Tutto vien fatto con un normale pc (e un
masterizzatore decente).
E anche per quanto riguarda il PC: niente MIDI, niente software e sistemi di conversione
audio professionali. In particolare niente software proprietario, tantomeno in latest
release. Solo qualche semplice editor di forma d'onda, magari preso in rete, 'crackato',
magari in versione basic. In sostanza: niente spese di produzione che non siano quelle
del tempo di lavoro effettivamente passato a manipolare di segnali numerici sul PC. Oltre
al PC, forse solo un paio di monitor decenti. L'autonomia di produzione è massima, in
questo home studio ridotto all'essenziale, e si poggia soprattutto sulla sensibilità
personale nell'elaborare il suono e sull'interazione con le principali funzioni di
editing del suono.
L'immagine del compositore solitario chiuso nel proprio laboratorio, o home studio che
dir si voglia, rimanda in parte alle condizioni di lavoro già tipiche delle correnti più
sperimentali della musica elettronica, e poi soprattutto della computer music (musica
informatica). Però il contenuto artistico perseguito da Nicolai, così ineffabilmente
minimale, impedisce di stabilire tale filiazione: l'autonomia economica e tecnologica di
Nicolai è necessaria solo al fine di creare alcuni artefatti mediante l'uso proprio e
improprio del software, e non elabora un percorso musicale 'autonomo' della macchine,
anzi al contrario: questa autonomia produttiva è funzionale ad un contenuto sonoro che è,
e vuole essere, apertamente inautentico, strettamente dipendente dalle macchine. Mentre
nella 'tradizione' della musica elettronica (da Schaeffer a Cage, da
Xenakis fino a episodi significativi come Metal Machine Music di
Reed) gli artefatti di tecnologie prima analogiche, poi digitali, poi ibride, sono
stati usati per veicolare un significato musicale che li trascendeva, nell'arte sonora di
Nicolai questi artefatti sono tutto quel che conta, sono lo scopo stesso della proposta,
e sono 'messi in cornice', non vissuti drammaticamente ma esibiti. Esposti, come in una
mostra.
Le 20 tracce del CD di AUTOPILOT sono statiche, si passa dall'una
all'altra come in una mostra di oggetti o dipinti. Come artista visivo Nicolai vuole
sviluppare, attraverso il suono, una dimensione temporale delle sue installazioni; ma
come artista sonoro egli torna ad una relativa staticità, ad una certa fissità degli
oggetti sonori che ci propone.
Nel contesto culturale dal quale nasce AUTOPILOT la prassi musicale elettronica si
sviluppa in una logica di interazione tra musicisti finora poco conosciuta, anche se
caratteristica del live electronics (elettronica dal vivo) soprattutto nelle correnti
statunitensi sperimentali (Cage, Tudor, ecc.) o in esperienze come il
gruppo MEV (Musica Elettronica Viva, Roma, anni Sessanta-Settanta). In particolare
questa prassi si appropria della dimensione, così tipica del jazz, della jam session: le
collaborazioni tra artisti nascono con estrema facilità, in un costante interscambio, sia
in studio, sia sul palco. Ciò vale anche all'interno di progetti individuali come
AUTOPILOT, dove il momento realizzativo, una volta fissato l'ambito di movimento,
è ampiamente improvvisativo, e spesso ricontestualizza e rielabora materiali già usati o
scartati in altre produzioni (non però appropriandosi di materiali di altri autori, come
invece avviene nella prassi del plunderphonics e altre esperienze basate sul
campionamento di materiali altrui).
Con questo ampio margine improvvisativo, quella di Nicolai è, di nuovo, un'arte
schiettamente pop, anche se dissimula (quanto onestamente?) un grande apparato
concettuale teorico. In fondo, la sua proposta sonora è il contrario delle avanguardie
elettroniche di un tempo, dove infatti l'apparato teorico era davvero enorme, ma veniva
pur sempre trasceso dall'immediatezza del dato musicale, nella sua estrema varietà, nel
coinvolgimento emozionale del suono. Il 'minimalismo elettronico' di Nicolai condivide
con la sperimentazione elettronica più radicale l'assenza di beat, e la concentrazione
sul puro contenuto sonoro, e ciò lo rende poco fruibile; ma se compositori del calibro di
Stockhausen o Xenakis rischiavano di sommergere la forza della loro musica
con troppe elucubrazioni, i suoni minimali di Nicolai non possono nemmeno per un attimo
prescindere dalle elucubrazioni, dall'aspetto 'teorico' (in realtà solamente 'estetico').
Non a caso CD e libro (testi e immagini) sono forniti insieme. I suoni di Nicolai non
sembrano poter fare a meno delle icone create con le sue installazioni. In tal senso, il
lavoro di Nicolai è fortemente concettuale, o meglio nasce e si sviluppa in una mentalità
nella quale l'esperienza del suono non è di per sé sufficiente a veicolare messaggi, a
creare un momento di comunicazione.
Il fatto sociologicamente caratteristico e sorprendente è che i suoni di Nicolai e di
altri operatori a lui vicini possono essere spesso ascoltati, oltre che su CD, in
contesti di fruizione 'techno', magari anche apertamente 'dance'. Accadono allora fatti
curiosi, che inducono a pensare. Una volta, nel mitico Podewil di Berlino, mi è capitato
di vedere dei ragazzi che ballavano ad una musica che consisteva solo in un 'muro'
compatto e inarticolaro di rumore, violentissimo, senza alcun elemento ritmico (un remix
di "Concret PH", il brano elettronico composto da Iannis Xenakis nel 1958).
In un'altra occasione, a Roma lo scorso anno, non ho potuto fare a meno di notare come
nelle esibizioni dei 'laptop DJs' (i giovani 'musicisti elettronici' che dal vivo usano
solo il loro portatile come strumento musicale), il rito del concerto rock, al quale la
fruizione dal vivo di musica 'techno' si richiama, viene in realtà sovvertito nei suoi
significati più profondi: niente sudore sul palco (le azioni necessarie per controllare i
fragili computer portatili impedisce di muoversi al punto di ballare o mimare la musica);
però giù dal palco i ragazzi sudavano, ballavano, si agitavano. Questa differenza tra
energia 'solo tecnologica' sul palco, e energia fisica tra gli ascoltatori, è un fatto
nuovo rispetto al rituale rock, il quale almeno nell'uso del corpo metteva musicisti e
ascoltatori sullo stesso piano. Qui solo i fruitori si agitano e spendono energie, mentre
i produttori rimangono, sul palco, più o meno algidi, più o meno fermi. Immagine
terribile, con rimandi ad un'estetica totalitaria. Fate un test sulla vostra 'pelle
politica': provate a ballare al ritmo (assente, se non in forme subliminali) di
AUTOPILOT.
Conclusione
AUTOPILOT è un lavoro assai rappresentativo, benchè altamente personale, di un
insieme di movimenti e tensioni oggi assai vivi, caratteristico di una percezione ormai
diffusa nel mondo giovanile, che lavora consapevolmente, sebbene spesso in modo ingenuo
(per non dire colpevole) sul rapporto tra musica e tecnologia e tra musica e altre forme
d'arte, senza che ciò significhi automaticamente cedere al mercato (trito e triste) dei
prodotti 'techno', agli scaffali di 'elektronica' ormai presenti in tutti i media store.
Il lavoro di Nicolai riflette in modo compiuto un'esperienza musicale che non esisteva
fino a dieci anni fa, e che esisteva solo in potenza nella sperimentazione elettronica e
informatico-musicale. Fra pregi e difetti, fra reinvenzione creativa dei mezzi tecnici e
ricadute nell'estetismo, la proposta di AUTOPILOT rappresenta l'apice della
ricerca fin qui condotta da Nicolai, e certo il suo lavoro sonoro più illuminante
rispetto al nuovo contesto culturale nel quale è radicato.
Valutazione: * * * ½
Sito della raster-noton (valido anche per contattare l'autore):
www.raster-noton.de
Sito di una casa di edizioni e di distribuzione di libri d'arte collegata:
www.die-gestalten.de
Elenco dei brani:
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19. impulse 2.1 - 02:00
20. snow noise frament - 08:14
Musicisti:
Carsten Nicolai (processi elettronici di generazione del suono)