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Intervista a Vijay Iyer
Pubblicato: November 2, 2009
Nato a Rochester 38 anni fa da una famiglia di immigrati indiani, Vijay Iyer è ormai considerato il massimo pianista della sua generazione ed uno dei leader più ispirati e creativi del jazz contemporaneo. Laureato in fisica (la rivista Seed Magazine l'aveva incluso tra menti scientifiche più promettenti dello scorso decennio), musicologo (i suoi saggi sono pubblicati in Music Perception, Current Musicology, Journal of Consciousness Studies, Critical Studies in Improvisation, Journal of the Society for American Music) e musicista fondamentalmente autodidatta, Vijay s'è imposto all'attenzione mondiale dopo la lunga scrittura con Steve Coleman e le collaborazioni con Roscoe Mitchell, Wadada Leo Smith, Butch Morris e George Lewis. Ispirato sia dalla tradizione jazzistica e classica europea che dalla musica classica dell'India meridionale, Vijay Iyer è impegnato a tracciare nuovi e sorprendenti percorsi di sintesi, accanto a collaboratori che condividono le sue matrici culturali, primo fra tutti il sassofonista Rudresh Mahanthappa. Tra i suoi dischi più significativi ricordiamo: Panoptic Modes (2001), Blood Sutra (2003), Reimagining (2005), Tragicomic (2008), il recente Historicity (2009) incisi col suo trio/quartetto; Raw Materials (2006) in duo con Mahanthappa; Your Life Flashes (2002), Simulated Progress (2005) e Door (2008) con il trio Fieldwork.
All About Jazz Italia: L'etichetta ACT ha recentemente pubblicato il tuo album Historicity inciso in trio con Marcus Gilmore alla batteria e Stephan Crump al contrabbasso. Prima di parlare del disco ci puoi raccontare com'è nata la collaborazione con la casa discografica? Vijay Iyer: Siegfried Loch mi ha visto suonare l'autunno scorso a Londra, nel gruppo con Mahantappa, e in quell'occasione abbiamo scambiato idee su una possibile collaborazione. Più tardi gli ho inviato alcuni demo con materiale che avevo già registrato e Loch ha apprezzato in particolare il trio. AAJ: Una delle composizioni che hai scelto per l'album è "Smoke Stack" di Andrew Hill. Quanto è stato importante per te quel pianista? V.I.: Per me Andrew Hill è uno dei massimi eroi di ogni tempo e la sua musica è immensamente importante. Egli è stato anche un caro amico ed un consigliere. Ho scoperto in seguito che aveva parlato molto bene di me in giro. V.I.: Oh. Direi moltissime. Tra i pianisti vorrei ricordare Thelonious Monk, Duke Ellington, Andrew Hill, Randy Weston, McCoy Tyner, Bud Powell, Sun Ra, Cecil Taylor, Geri Allen, Ahmad Jamal, Alice Coltrane, Herbie Nichols, Muhal Richard Abrams, Elmo Hope, Horace Tapscott, Herbie Hancock, Jaki Byard, Art Tatum... AAJ: E più in generale tra i non pianisti? V.I.: Molti altri musicisti hanno rappresentato qualcosa di significativo per me, e non solo tra i jazzmen. Ricordo John Coltrane, Miles Davis, Max Roach, Ornette Coleman, Anthony Braxton, Charlie Parker, Nina Simone, Jimi Hendrix, Prince, Public Enemy, The Police, A Tribe Called Quest, Stevie Wonder, Roscoe Mitchell, Wadada Leo Smith, Butch Morris, Steve Coleman, Art Ensemble of Chicago, Henry Threadgill... AAJ: E se consideriamo stili e in generi musicali in generale? V.I.: Direi l'elettronica contemporanea, il rock, il soul, la pop music in senso ampio ed in particolare l'hip-hop, il funk, il reggae/dub. Ricordo poi l'importanza della musica carnatica e hindus, ovvero i generi classici del sud e nord dell'India, delle musiche dell'Africa occidentale e centrale, delle musiche indigenene Afro-Cubane, anche religiose, delle musiche giavanese, balinese ed etiope. V.I.: Per la verità non ho concluso e vorrei citare almeno Gyorgy Ligeti, Olivier Messiaen, Bela Bartok e Steve Reich... ma potrei andare avanti ancora... AAJ: In una passata intervista hai dichiarato: "Noi tutti possiamo apprendere dal blues e parteciparvi. Il blues non è solo un genere musicale ma ha a che fare con il pianto, col desiderio d'essere ascoltati e col rifiuto d'essere ridotti al silenzio". Puoi soffermarti su questi concetti e ricordare i tuoi primi approcci col blues? V.I.: Considero il blues un tipo di espressione che nasce da esperienze di vita caratterizzate da forti contraddizioni. È anche un esempio di come la creatività può aiutarti a superare le peggiori condizioni. Quando ascolti il jazz e il blues delle origini, emerge un suono nato in terribili circostanze, quando l'esistenza appare spiacevole e persino intollerabile. Accade quando l'espressione creativa trascende le condizioni ambientali. Ciò di cui parlo è il "fiore di loto che esiste nonostante la palude," per usare un'espressione di Archie Shepp. V.I.: Il progetto è stato commissionato dal Chicago Jazz Festival e la prima rappresentazione è avvenuta un anno fa. Con il gruppo ho già inciso e spero di pubblicare il disco entro un paio d'anni. Ho lavorato in tanti ambiti musicali nella mia carriera ed in qualche modo vado avanti con i cambiamenti. Nuove opportunità mi suscitano differenti risposte in quanto compositore ma anche quando sto lavorando in un nuovo formato sono sempre io: gli strumenti possono cambiare ed il suono complessivo può essere nuovo ma l'estetica e l'approccio non sono affatto diversi. AAJ: Quanto ti ha influenzato la scena musicale californiana in cui sei cresciuto? V.I.: Non sono cresciuto musicalmente nella Bay Area. Mi ci sono trasferito quando già avevo vent'anni. Comunque la West Coast ha avuto un grosso impatto su di me ed in qualche modo la diversità, la creatività e lo stimolo di quell'atmosfera supportiva mi hanno aiutato a diventare un musicista. Ero andato in California per ottenere il dottorato in Fisica all'università di Berkeley ma velocemente ho avuto esperienze musicali così cruciali e profonde che ho deciso di abbandonare gli studi in fisica e immergermi completamente nella musica. AAJ: Come hai incontrato Steve Coleman? Qual è la cosa più importante che hai appreso da lui? V.I.: La prima volta ho incontrato Steve per caso, a New York agli inizi del 1992. Eravamo entrambi ad un concerto di Anthony Braxton al New Music Cafè, un locale che non esiste più. Steve venne da me e disse: "Wow, ecco un volto che viene dal passato!". Io risposi che forse mi aveva scambiato per qualcun altro ed allora Steve replicò: "Bene, allora è un volto che viene dal futuro!". V.I.: Sono due tra i massimi improvvisatori e compositori viventi. Ho visto Roscoe suonare molte volte nel corso degli anni novanta, sia con L'Art Ensemble che in concerti in solo o in duo. Lavora rigorosamente con i principi chiave della musica per costruire grandiosi poemi epici. Agli inizi del 2001 mi ha chiamato nella sua band per una sostituzione dell'ultimo minuto e la cosa mi ha lasciato sorpreso e un po' spaventato. Roscoe non mi conosceva e credo che mi abbiano raccomandato Wadada e George Lewis. Quel tour col quintetto di Roscoe toccava l'Italia ed il primo concerto fu per me così disastroso che Roscoe mi fermò. Ma durante il corso della settimana, cercando di affrontare la sfida, trovai un approccio inaspettato, slegato dagli accordi, non tonale, rapido, luminoso e contrappuntistico. AAJ: E per quanto riguarda Leo Smith? V.I.: Wadada è un compositore visionario e una persona di profonda spiritualità. C'è qualcosa di sconfinato nella sua musica che viene dalle sue radici nel blues e dalla sua ampia sensibilità compositiva. Ed il suo suono aderisce perfettamente ad ogni contesto e tu percepisci il profondo spirito umano che c'è dietro. Mi sono unito al suo nuovo Golden Quartet nel 2005 ed anche quella situazione mi ha un po' spaventato. V.I.: Quando ci siamo incontrati nella metà degli anni novanta abbiamo avuto l'immediata consapevolezza che dovevamo lavorare assieme. Entrambi non conoscevamo musicisti con lo stesso retroterra culturale ed in aggiunta andavamo d'accordo, condividendo altre cose: entrambi eravamo grandi lavoratori e musicisti tenaci, entrambi eravamo attratti dagli innovatori del jazz ed entrambi eravamo interessati sia alla musica indiana che alla matematica. Ovviamente siamo anche molto diversi - nella personalità, nella metodologia e nell'estetica - ma lo siamo in modo complementare per cui diventiamo artisticamente compatibili. Insieme abbiamo prodotto una vasta quantità di musica, viaggiando un po' in tutto il mondo e con alle spalle quasi 15 anni di momenti ludici. Così, sostanzialmente, è come in un rapporto di famiglia. Recentemente dopo aver lavorato separatamente per alcuni mesi abbiamo dato un concerto in duo e abbiamo anche scoperto che stavamo leggendo lo stesso racconto di fantascienza contemporaneamente! AAJ: Che fine ha fatto il gruppo Fieldwork? È ancora attivo? V.I.: Si, stiamo lavorando su nuove composizioni. Abbiamo suonato a New York la scorsa estate e verremo anche in Italia in gennaio per un paio di concerti. Inoltre una nostra performance è stata ripresa e trasmessa dal canale francese Mezzo e verrà pubblicata come DVD quest'inverno. Ogni membro del gruppo sta perseguendo contemporaneamente dei progetti individuali e non abbiamo molte possibilità di presentarci in tour come Fieldwork ma il gruppo è comunque ben vivo ed è qualcosa di molto importante per noi. V.I: No! Non ho doti di chiaroveggenza così ogni anno si dimostra pieno di sorprese. AAJ: Quali sono i tuoi progetti per i prossimi 12 mesi? V.I.: Continuerò ad esibirmi molto con il trio anche nell'anno a venire ma non trascuro Fieldwork e Raw Materials. Sto poi sviluppando il mio terzo progetto con il poeta Mike Ladd che ha come tema i giovani combattenti americani delle attuali guerre in Iraq e in Afghanistan. Ci sono poi alcuni progetti collaterali il più interessante dei quali è un'istallazione video musicale entro una prigione abbandonata di Filadelfia.
Critico musicale interessato agli aspetti socio-antropologici del jazz Per saperne di piu' su Angelo...
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Nato a Rochester 38 anni fa da una famiglia di immigrati indiani, Vijay Iyer è ormai considerato il massimo pianista della sua generazione ed uno dei leader più ispirati e creativi del jazz contemporaneo. Laureato in fisica (la rivista Seed Magazine l'aveva incluso tra menti scientifiche più promettenti dello scorso decennio), musicologo (i suoi saggi sono pubblicati in Music Perception, Current Musicology, Journal of Consciousness Studies, Critical Studies in Improvisation, Journal of the Society for American Music) e musicista fondamentalmente autodidatta, Vijay s'è imposto all'attenzione mondiale dopo la lunga scrittura con Steve Coleman e le collaborazioni con Roscoe Mitchell, Wadada Leo Smith, Butch Morris e George Lewis.
AAJ: Quali altre influenze pensi d'aver avuto?
AAJ: Un ampio panorama direi...
AAJ: Di recente hai debuttato col tuo nuovo quintetto comprendente Prasanna, Ambrose Akinmusire, Stephan Crump and Marcus Gilmore. Cosa ci dici del gruppo? Stai forse entrando in una nuova fase espressiva?
AAJ: Tra le tue collaborazioni significative ci sono quelle con Roscoe Mitchell e Wadada Leo Smith. Cosa ci dici a riguardo?
AAJ: Hai una speciale relazione musicale con il sassofonista Rudresh Mahanthappa. Cosa ci dici in proposito?
AAJ: La tua vita professionale s'è sviluppata secondo quanto avevi previsto? 

