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La globalizzazione secondo Umbria Jazz: dalla AACM ai Simply Red.
Pubblicato: August 3, 2009


di Libero Farnè Commenta        

Ogni festival del jazz che si rispetti possiede una propria fisionomia, determinata non solo dalle scelte artistiche, dagli spazi dei concerti, dal suo pubblico, ma anche da fattori urbanistici, gastronomici, climatici, logistici... Si concretizzano quindi una ritualità e un'atmosfera peculiari che, potendo, vale la pena di vivere nel loro complesso, anziché selezionare un concerto qua e uno là, peregrinando da una rassegna all'altra, secondo scelte mirate fatte sulla carta.

In tal senso non fa certo eccezione Umbria Jazz, sorta di tour de force coordinato da un'imponente macchina organizzativa, che in diversi spazi e in tutte le ore della giornata distribuisce numerosi appuntamenti di vari generi musicali. Anzi, oggi lo sbilanciamento verso le musiche di consumo è tale che il festival si dovrebbe più propriamente chiamare Umbria Jazz & Pop.
La trentatreesima edizione del festival - a Perugia dal 10 al 19 luglio - ha permesso di incontrare novità o proposte consolidate, traendo gradite sorprese, conferme o delusioni; ha permesso soprattutto una verifica su alcuni temi ricorrenti, per esempio lo stato di salute del jazz italiano, le cui espressioni attuali, di qualità elevata e stilisticamente diversificate, sono in grado di esercitare un'attrazione sul pubblico che fino a una decina di anni fa era inimmaginabile.

Mancata a Bolzano per motivi contingenti, ho fatto in modo di non perdere la Cosmic Band di Gianluca Petrella dieci giorni dopo a Perugia. Il concerto è stato aperto da un deambulare nella buia platea del Teatro Morlacchi, con un vociare dei fiati che poteva far pensare a una sorta di astratto call and response. Una volta saliti sul palco, i musicisti hanno intrecciato temi semplici all'unisono a collettivi free, inserendo roboanti fasi percussive e insinuanti flussi elettronici. Il tutto proposto con uno spirito anarchico e comunitario allo stesso tempo, che ha fatto rivivere la temperie dell'Arkestra di Sun Ra, del quale sono stati ripresi un paio di temi.
Nella seconda parte del concerto si è aggiunto Paolo Fresu (per l'occasione ospite della Band), che ha saputo approfittare dell'ampio spazio concessogli dalle trame orchestrali, cesellando lunghe e personali frasi al flicorno o alla tromba sordinata, spesso deformate da interventi elettronici. Nel complesso una performance carica di vitalità, tenuta perennemente in tensione dalla sovreccitata leadership di Petrella, autore di molti brani e di pregevoli spunti solistici, come dall'entusiastica adesione dei suoi giovani partner.

L'opportunità di verificare l'evoluzione stilistica di Francesco Cafiso è venuta da un concerto mattutino in quartetto, in cui il ventenne contraltista siciliano ha dimostrato un'ulteriore maturazione, soprattutto sotto il profilo strumentale. La sua pronuncia ha palesato la capacità di gestire una grande varietà di accenti, includendo sinuose frasi neo-cool, inflessioni di garbato etno-jazz mediterraneo o latino, grovigli e cascate di note free, a fianco dell'originaria derivazione boppistica. Nell'interpretazione di original non banali, quello che più ha colpito è stata la sua capacità di strutturare in modo consequenziale i lunghi assoli, con crescendo avvincenti, variazioni e impennate. A mio parere però un paio di aspetti indeboliscono l'attuale musica di Cafiso, rendendola non del tutto convincente e innovativa: quel languido vibrato in cui eccede in certe ballad e il ruolo un po' troppo scontato, continuo e automatico, assegnato al trio d'accompagnamento, formato dai pur bravi Dino Rubino, Riccardo Fioravanti e Stefano Bagnoli.

Tre sere prima Cafiso era comparso, con autorevolezza espressiva, come ospite d'onore nell'ultima parte del "Concert for Obama," della Jazz at Lincoln Center Orchestra diretta da un Wynton Marsalis democraticamente seduto nella sezione trombe. I brani d'apertura di questo concerto a tre facce sono risultati i più apprezzabili, in quanto la formazione ha tracciato una sintesi della tradizione jazzistica orchestrale, tutto sommato insolita e inaspettata, lontana dai prevedibili canoni del mainstream. Si sono succeduti elaborati arrangiamenti di vari autori, che si rifacevano ora alle punte più avanzate delle orchestre degli anni Quaranta, a cavallo fra Swing e bebop, ora a un torrido afro-bop, che ricordavano il sofisticato sperimentalismo della Third Stream Music, oppure, nei brani più compassati e descrittivi, il Gil Evans degli anni Cinquanta. Fra questi brani e l'ingresso di Cafiso, è stato inserito, a ranghi ridotti, un omaggio allo stile polifonico di New Orleans, più che gustoso, anzi trascinante nella sua esuberanza iperrealistica, ma forse evitabile.

Nell'Oratorio di Santa Cecilia, dall'acustica non proprio ottimale, il ben assortito trio di Joe Locke, Dado Moroni e Rosario Giuliani - risultato da tre duetti rodati da anni di frequentazione - ha offerto tre pregevoli concerti, basati su original dell'uno o dell'altro, dalle suadenti linee melodiche. In particolare è emersa la perfetta sintonia fra gli strumenti armonici: il vibrafono di Locke e il pianoforte di Moroni.
Sintonia che non si è verificata invece fra il piano di Gonzalo Rubalcaba e la fisarmonica di Richard Galliano, affiancati da Richard Bona e Clarence Penn. Rispetto all'abituale, fluente lirismo del francese, in questo contesto le interpretazioni dei suoi brani sono risultate un po' compresse e sghembe.

Grazie all'indispensabile mediazione di Enzo Capua e George Lewis, Umbria Jazz 2009 ha presentato anche un'importante evento di musica creativa: la residenza del chicagoano AACM Great Black Music Ensemble. Una larga formazione, in cui erano totalmente assenti gli strumenti elettronici ed era elevata la quota rosa (cinque donne su ventuno elementi, per lo più attempati) ha sostenuto sei concerti al Teatro Morlacchi, interpretando composizioni ogni volta diverse sotto la direzione dei rispettivi autori: oltre a George Lewis, la flautista Nicole Mitchell, attuale presidente dell'associazione, Douglas Ewart, uno dei membri storici, Ernest Dawkins, ottimo contraltista, il giovane cantante Taalib-Dyn Ziyad, l'esperto baritonista Mwata Bowden, la violinista Renée Baker e la violoncellista Tomeka Reid.

Le composizioni per l'intero ensemble, per quanto movimentate da diversi episodi, in alcuni casi sono parse un po' troppo prolisse e non sufficientemente variate nelle soluzioni strutturali: una sorta di rigenerazione continua ha collegato incipit prudenti, collettivi free, ritmate cadenze afro-tribali, fluenti parti vocali, progressivi smorzamenti e riprese di tensione con la comparsa di un nuovo tema... e così via ad libitum. Non erano estranei moduli derivati dalla scrittura colta-contemporanea (glissando a ondate, flebili sussurri vocali, masse sonore scandite e incombenti, crepitii astratti e puntillistici...), ma il tutto era tradotto secondo la sensibilità della musica afro-americana, tramite un estemporaneo interplay improvvisativo e una tipica pronuncia strumentale, un proprio gusto coloristico, un sound denso e personalizzato.
Più brevi e caratterizzati si sono rivelati i brani per gruppi più circoscritti, come "Station to Station," un brano per cinque sassofoni di Ernest Dawkins, articolato in un percorso sorprendente attraverso concrezioni sempre diverse, l'insinuante "2nd Realm" di Nicole Mitchell, per sole voci e archi, oppure un dinamico e teso itinerario free per settetto, pilotato da Douglas Ewart.

In definitiva i musicisti della AACM hanno riproposto con orgoglio, coerenza e convinzione i risultati di una propria accademia: accademia nel senso originario del termine, come poteva accadere nell'Accademia bolognese dei Carracci alla fine del Cinquecento, o, per venire a esperienze più pertinenti e a noi più vicine, come si verificava all'interno dell'orchestra comunitaria di Sun Ra. In particolare, gli aderenti alla AACM, appartenenti a varie generazioni, collaborano da decenni gomito a gomito in progetti e laboratori finalizzati, sulla base di metodi e codici di composizione-improvvisazione da loro stessi messi a punto e condivisi. Non possono quindi fare a meno di trasmettere quella visione musicale, estremamente definita e quasi autoreferente, che oggi rappresenta un'espressione classica della cultura afro-americana.

Ad un altro "classico" ci si è trovati di fronte con la solo performance di Cecil Taylor. Il linguaggio del maestro ottantenne rappresenta un'icona monolitica del pianismo afro-americano: un linguaggio configurato da un tocco calibrato, che alterna "pianissimo" di delicata malinconia e parossismi percussivi, da una grande complessità armonica e dinamica tramata dalle due mani, dal ricorso a frasi tipiche e ricorrenti. Oggi, anzi da decenni, per Taylor non è più la stagione della frenetica ricerca sperimentale, dell'irruenza e dell'energia, come quando, esattamente quarantuno anni fa, ebbi modo di ascoltarlo per la prima volta in una serie di set ubriacanti; è piuttosto l'epoca di trarre bilanci, di distillare il credo di una vita artistica in forme nitide e scultoree, replicate con classe e fede incrollabile, secondo una propria logica combinatoria.

Ahmad Jamal, ancora un protagonista della tastiera, di un anno più giovane di Taylor, ha presentato un pianismo altrettanto inimitabile, un fraseggio costruito per sezioni: temi ricorrenti, modulati in nuclei percussivi o in flussi più melodici, venivano comunque intervallati da frequenti sospensioni. Unico e interessante anche il suo modo di controllare e indirizzare in ogni istante l'operato dei tre partner (gli ottimi James Cammack al contrabbasso, James Johnson II alla batteria e Manolo Badrena alle percussioni), assegnando loro concise sottolineature più che brevi spazi solistici. Il loro scarno contributo è così divenuto del tutto funzionale all'andamento dei brani: nulla di automatico, nulla di ridondante. Spesso anzi le percussioni hanno taciuto per lasciare in evidenza il serrato binomio piano-contrabbasso. Ascoltando Jamal ci si rende conto del perché qualcuno lo ha definito giustamente "l'architetto".

A Umbria Jazz 2009 non sono mancati i grandi pianisti. D'altra parte da diversi anni il festival rivolge un'attenzione particolare anche ai duetti pianistici; quest'anno Carlo Pagnotta ha avuto la felice idea di chiamare a confronto Chick Corea e Stefano Bollani, due strumentisti indubbiamente accomunati dalla raffinatezza del tocco e dalla concezione di un pianismo rifinito e inventivo. All'Arena Santa Giuliana i due hanno avuto il buon gusto di non strafare, di non ricercare effetti plateali e umoristici per accattivarsi il pubblico; hanno cercato invece di ascoltarsi e di compenetrare i propri fraseggi, trovando un interplay naturale. Da impressionismi debussiani sono passati a cadenze latine, da eleganti assonanze a coraggiose discontinuità. Un "Round Midnight" arabescato e intimista, come ovattato da un serico involucro, ha lasciato il posto a un più dinamico e bluesy "Blue Monk," giocato su continue invenzioni. Essi hanno così proceduto nell'interpretazione di brani più o meno noti, guidati sempre da una vincente sensibilità improvvisativa.

Altri appuntamenti meriterebbero la giusta attenzione: la Brass Ecstasy di Dave Douglas, il quintetto di un invecchiato Mc Coy Tyner con Bill Frisell come ospite... La quantità di offerta musicale, protratta per un tempo tanto prolungato, ha tuttavia messo a dura prova la mia capacità ricettiva: più che una recensione ragionata e personale ne risulterebbe quindi un anonimo resoconto.
Non riferisco poi dei gruppi pop o soul che si sono esibiti ogni sera all'Arena Santa Giuliana (circa 3000 paganti per Paolo Conte, 3500 per Burt Bacharach con Karima, 4600 per i Simply Red...); non perché intendo sottovalutarli, ma semplicemente perché non rientrano nel mio background culturale. E invece ci sarebbe molto da dire della loro professionalità, della loro capacità di imbandire una comunicazione rituale, del modo di inserire sprazzi solistici strumentali estremamente concisi (di 10-15 secondi nel caso dei Simply Red) come fossero pillole dorate, dell'istantanea reazione di un pubblico di fans, che conosce a menadito i testi delle canzoni... Insomma, e certo non da oggi, ci sarebbe materia per una nuova analisi-invettiva di un redivivo Theodor W. Adorno, ma questo esula dalla recensione della manifestazione.

Foto di Claudio Casanova (Petrella, Lewis, Taylor), Giorgio Ricci (Cafiso), Roberto Cifarelli (Jamal)


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