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Vision Festival 2009
Pubblicato: July 20, 2009


di Luca Canini Commenta        

Abrons Arts Center and Angel Orensanz Foundation - New York - 9-15.06.2009

Una settimana di festival, più di cinquanta eventi in programma tra concerti e performance varie, due location diverse nel Lower East Side di Manhattan e, tanto per non farsi mancare proprio nulla, jam session notturne dirette dai vari artisti in cartellone. Signore e signori, questo è il Vision. E per quanto ci si possa dilettare in riflessioni, precisazioni, critiche persino, la rassegna newyorchese resta qualcosa di assolutamente unico nel panorama festivaliero mondiale.

Main event dell'edizione numero quattordici la festa per gli ottantacinque anni (85!) di Marshall Allen, al fianco di Sun Ra dal '58 al '93 (anno della morte del maestro), nonché attuale direttore dell'Arkestra. Sul palco con Allen alcuni dei membri storici della band intergalattica (John Ore - contrabbassista dal '60 al '63 del quartetto di Monk -, Charles Davis, Danny Thompson, Michael Ray), compagni di viaggio più occasionali come il trombonista Dick Griffin o il trombettista Cecil Brooks, e un ospite speciale come Billy Bang, apparso decisamente in forma rispetto alle ultime uscite europee.

E se festa doveva essere, festa è stata, per un set coinvolgente, trascinante, a tratti delirante. Certo, le avventurose esplorazioni dello spazio profondo fanno parte ormai del lontano passato; oggi l'Arkestra è una possente macchina da swing con qualche rotella fuori posto, sulla strada indicata da Sun Ra a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta. Immutata invece è la gioiosa ritualità delle esibizioni della colorata e chiassosa congrega (chi sa se i costumi sono ancora quelli disegnati da Sun Ra in persona? Una cosa è certa: come allora, in fatto di lustrini e paillettes non si è badato a spese). In scaletta, ovviamente, alcuni degli evergreen del repertorio dell'Arkestra, "Space is the Place," "We Travel the Spaceways," ma anche standard polverosi come l'esilarante "Way Down Yonder in New Orleans" o "Hit That Jive Jack". Insomma, il passato è passato e mai più ritornerà, ma la formazione diretta dall'ottuagenario Marshall Allen è, ancora oggi, un organismo vitale e dinamico, non un semplice simulacro di antiche vestigia.

Restando in tema formazioni allargate, uno dei vertici del Vision 2009 è stata l'esibizione di Lawrence "Butch" Morris con un coro di poeti, un ottetto d'archi e un'arpa. Sul palco del Vision Morris ha eseguito la "Conduction 187, Erotic Eulogy," suddivisa in due parti più un breve bis. Entusiasmante e intrigante l'esito della performance, nella quale le otto voci sono state impiegate a mo' di campionatore vivente da Morris, che si è dilettato a innescare cortocircuiti fonetico-ritmico-lessicali nel fluttuante magma allestito dagli archi. Lontano dall'estemporaneità e dalla gratuità delle conduction-laboratori che "Butch" tiene in giro per il mondo (i cui esiti spesso non sono all'altezza della fama del nostro), il concerto ha riservato passaggi di grande suggestione, crescendo caotici splendidamente risolti, nel momento di massima tensione, da inattese ripartenze: il tutto scandito, come al solito, dai gesti del direttore-conduttore d'orchestra. Superbo.

Dal superbo "Butch" Morris ai superbi Matthew Shipp e Craig Taborn. Il primo al Vision 2009 si è esibito in completa solitudine: quaranta minuti d'ininterrotta e abbacinante improvvisazione, roba da togliere il fiato per inventiva ritmica e imprevedibilità armonica. Del talento di Shipp si è scritto e parlato fin troppo, ma negli ultimi due anni l'occhialuto pianista sembra aver raggiunto un nuovo livello di sobrietà, abbandonando certi facili stilemi free e accostandosi invece a una più ragionata spigolosità di ascendenza monkiana, una sorta di follia riflessiva nella quale si diverte a scomporre e ricomporre frammenti melodici piuttosto semplici. Di grande impatto anche il set che ha visto Taborn al fianco di Rob Brown (contralto) e Nasheet Waits (batteria). In particolare, nonostante il trio fosse a nome Brown e i pezzi in scaletta fossero tutti firmati dal leader, ha entusiasmato l'empatica intesa che si è creata fra batteria e piano. Taborn e Waits si sono cercati e stuzzicati, confrontati e scontrati, relegando spesso al ruolo di spettatore Brown, musicista comunque troppo intelligente per non capire che qualcosa di magico stava succedendo alle sue spalle. Deludente, invece, la performance dell'omologo trio formato da Eri Yamamoto (piano), Daniel Carter (flauto, tromba, contralto, tenore) e Whit Dickey (batteria). Per carità, non sono mancati passaggi degni di nota, ma nel complesso non è scattata la fatidica scintilla, soprattutto per "colpa" del pianismo elegiaco della Yamamoto, incapace di assecondare le struggenti declamazioni di Carter, di accompagnarne i drammatici, viscerali, laceranti crescendo.

Nessuna ombra, invece, sull'esibizione del quartetto di Milford Graves, per l'occasione accompagnato da Grant Langford al contralto, D.D Jackson al piano e l'onnipresente William Parker al contrabbasso. Gli anni passano per Graves (classe '41), ma la forza ipnotica del suo drumming non conosce cedimenti in quanto a intensità e fascino. Un autentico spettacolo vederlo in azione con perenne moto circolare sulle pelli, sui piatti, sui gingilli esotici aggiunti al particolarissimo kit. Appropriato, sempre e comunque, il sostegno dei compagni di viaggio, ma nel corso dei cinquanta, danzanti, minuti di musica, è capitato raramente di distogliere occhi, cuore e orecchie dal cerimoniere Graves.

Di tutt'altro genere le impressioni destate da Sunny Murray, l'altro padre Adamo del free drumming a stelle e strisce. Che l'ex batterista di Cecil Taylor fosse piuttosto debilitato, fisicamente parlando, lo si sapeva, ma vederlo arrancare dietro al kit per venti minuti scarsi (in un quartetto completato dal basso di Lee Smith e dalle ance di Sabir Mateen e Odean Pope) ha immalinconito e commosso. Accorato, poi, l'atto d'accusa al sistema sanitario americano, reo di averlo spinto a cercare rifugio in Francia, dove la salute - parole del settantatreenne Murray - è ancora un diritto.

Di anni ne ha compiuti ottanta il 22 marzo scorso il sassofonista di Chicago Fred Anderson, apparso in forma smagliante a dispetto dell'età. In trio con Parker e Hamid Drake, Anderson ha dimostrato di non aver perso un grammo dell'intensità del fraseggio, della robustezza tutta bluesy del tono, di quella solennità nello strutturarsi delle improvvisazioni che l'hanno reso celebre. Certo, il tutto è un pizzico rallentato rispetto agli anni addietro, ma il fascino è rimasto intatto. Fascino che invece è mancato all'attesa performance del Douglas R. Ewart and Inventions "Dawn," formazione stellare completata da Thurman Baker alla batteria e al vibrafono, Joseph Jarman e J.D. Parran alle ance, Donald Smith al piano e Amiri Baraka alla voce. Saranno state le attese eccessive di chi scrive, ma il concerto non ha per nulla convinto, sembrando mancare di coerenza, coesione, lucidità d'intenti da parte dei musicisti. È chiaro che alcuni passaggi (soprattutto quando Ewart ha imboccato il soprano e Baker è passato al vibrafono) hanno lasciato il segno, ma l'esibizione, nel complesso, è apparsa schiava di certi stilemi naif tipici, nel bene e nel male, del black free d'annata, con le declamazioni di Baraka e Jarman (un paio delle quali notevoli per intensità) relegate al ruolo di orpelli, sovrapposte senza un perchè al fluire disordinato ed episodico della musica.

Senza voler troppo stupire o pontificare, ha invece divertito la Brass Bang, guidata dal violino di Billy Bang e completata dalle trombe di Ted Daniel, Ahmed Abdullah e James Zollar, oltre che dal trombone di Dick Griffin e dalla batteria di Russell Carter. Bang ha dichiarato di aver allestito il gruppo ispirandosi a Ray Nance, che nell'orchestra di Ellington suonava tromba e violino, e forse non a caso la performance si è chiusa con una trascinante rilettura di "Take the A Train".

Trascinante è il termine giusto per etichettare anche l'esibizione del quartetto di Ernest Dawkins, che ha proposto il consueto mix potente di free etnico e blues screziato d'Africa. Magistrale Dawkins al tenore, ottimo Stephen Berry al trombone, ma è stata la sezione ritmica a lasciare a bocca spalancata. A dir poco fenomenali Darius Savage al contrabbasso e Isaiah Spencer alla batteria, funambolici propulsori di ritmi ed energia. Da Chicago a Cuba, in compagnia dei GoGo Mambo di Joe Morris, salito sul palco del Vision per un riuscito omaggio alla musica di Perez Prado. Già, avete capito bene: il più serio e austero dei musicisti free (al contrabbasso e non alla chitarra) alla testa di un orchestra latina senza se e senza ma (nella quale spiccavano i sax di Tony Malaby e Jim Hobbs, oltre alla batteria di Luther Gray e al piano di Steve Lantner). Risultato? Latin jazz di fattura più che ottima. Da Chicago a Cuba, e da Cuba al Sud Africa, con il quartetto di Zim Ngqawana. Supportato da William Parker, Matthew Shipp e Nasheet Waits, il sassofonista sudafricano è riuscito a destreggiarsi con perizia fra tensioni post-coltraniane e passaggi totalmente improvvisati, facendosi di tanto in tanto troppo piccolo al cospetto degli ingombranti compagni di viaggio.

Discorso a parte nel folto cartellone del Vision numero 14, merita la presenza di Joe McPhee, calato a New York da Chicago alla testa dell'Ayler Project e del leggendario Trio X. La formazione allestita con Roy Campbell, William Parker e Warren Smith per omaggiare Ayler, vista di recente anche in Italia, ha regalato un'ora d'intensa meditazione sull'eredità spirituale e musicale del sassofonista di Cleveland. Il tutto senza piaggerie o tentazioni nostalgiche, ma con una consapevolezza fuori dal comune di quel che è stato e l'occhio ben fisso su quel che sarà. Fra i troppi e ostentati omaggi ai grandi maestri, quello dell'Ayler Project fa storia a sé per intensità e sincerità. Ma persino oltre è riuscito a spingersi McPhee con il Trio X (attivo ormai da 13 anni e varato nel 1996 proprio al Vision). Con i fidi Dominic Duval al basso e Jay Rosen alla batteria, McPhee ha dato vita a un set commovente, magico, impeccabile sotto tutti i punti di vista. In scaletta una specie di suite in quattro movimenti, dedicati rispettivamente a Ornette Coleman, Max Roach, Freddie Hubbard (del quale il trio ha riproposto "Little Sunflower") e Henry Grimes (seduto in platea e curiosamente nato lo stesso giorno di McPhee, il 3 novembre: del '35 il bassista, del '39 il polistrumentista). Difficile commentare cotanta meraviglia, viene solo da aggiungere che al tenore il musicista originario di Miami ha ormai una capacità di emozionare unica, frutto di una tensione lancinante insita nella pronuncia (Ayler docet) e di un'implacabile lucidità nella costruzione degli assoli, mentre alla pocket trumpet il mood si fa più guizzante e argentino. Complice anche la suggestiva location, l'Angel Orensanz Foundation, un'ex sinagoga in Norfolk Street, l'esibizione è riuscita a trasmettere un che di sacrale, religioso persino, come se si trattasse di un'antica ed esoterica liturgia apparecchiata dal gran sacerdote McPhee. Chapeau: il migliore concerto in assoluto visto al Vision numero quattordici.

Infine, chiusura di recensione dedicata a Peter Broetzmann e Charles Gayle. Partiamo dal trio di Gayle, per il quale il Vision è ormai una specie di habitat naturale. Accompagnato dalla strepitosa ritmica composta dal basso di Lisle Ellis (fenomenale!) e dalla batteria di Michael Wimberly, il sassofonista newyorchese si è mosso nelle consuete lande free con consumata maestria. Doverosa, comunque, una citazione per un paio di lunghe escursioni al pianoforte, strumento al quale Gayle sta maturando un proprio complesso linguaggio, fatto di oscure astrazioni e deliranti saliscendi. Dal newyorchese Gayle al teutonico Brotzmann, salito sul palco con i suoi Full Blast, ovvero il trio completato dal basso elettrico di Marino Pliakas e dalla batteria di Michael Wertmüller. Devastante l'impatto live del gruppo, un'onda d'urto fragorosa di core-jazz che attinge da una parte alla lezione di Albert Ayler, e dall'altra all'eredità di gruppi come i Last Exit dello stesso Broetzmann o i Painkiller di Zorn. Volumi altissimi (a fronte, purtroppo, di un'amplificazione non impeccabile); ritmi martellanti; la solita furia del più cattivo dei Broetzmann possibili. Terrificante e catartico allo stesso tempo l'effetto della performance: terrificante per evidenti ragioni; catartico per il salutare effetto «pugno in faccia» che, dopo una settimana di black free in ogni salsa e declinazione possibile, ha dischiuso orizzonti espressivi completamente altri, incrinando a picconate l'estetica dominante. C'è tutto un mondo là fuori, ed è toccato al terrorista Broetzmann, ancora una volta, ricordarlo al pubblico del Vision.

Dato conto, da buon inviato, della musica, mi si permettano a mo' di chiosa un paio di considerazioni personali, da viaggiatore d'altri tempi, sul «concetto Vision» (come l'ha definito un caro amico), sulle impressioni e sensazioni destate negli occhi del jazzofilo europeo, sul vasto oceano che ancora divide le due sponde dell'Atlantico. A vederlo da vicino il festival dei festival, non ha nulla di quell'aura leggendaria che il pubblico del vecchio continente, guardando pasolinianamente la terra dalla luna, gli ha attribuito nel corso degli ultimi anni, in concomitanza con l'irresistibile riscossa del black free orchestrata, non so con che grado di consapevolezza, da William Parker e soci. Un po' festa in famiglia, un po' rimpatriata fra vecchi compagni di scuola che non si vedevano da decenni, un po' trattoria frequentata dai soliti clienti, la rassegna newyorchese si distingue più per l'atmosfera casereccia e l'aria informale, che per l'organizzazione impeccabile e i grandi numeri. Scordatevi Saalfelden, il North Sea, Willisau, Wels e gli altri megafestival europei, ma dimenticate anche le minirassegne affollate dai soliti quattro parrucconi e da qualche alienato cresciuto a pane, nutella e Roscoe Mitchell. Il Vision è diverso, unico, avvolto dal tepore di un pubblico fedelissimo e amichevole (non più di 200 i posti nel teatrino in legno dell'Abrons Arts Center di Grand Street), animato da un gruppo di musicisti (sempre loro, sempre gli stessi) che del festival fanno un vessillo, in una città, un paese, indifferente a qualsiasi forma d'arte che si ponga al di fuori dei circuiti commerciali.

E mentre per vedere Wynton Marsalis, su al Lincoln Center (in Columbus Circle, a due passi da Central Park West, la zona più esclusiva di Manhattan) si arrivano a sborsare 100 dollari, nel Lower East Side ci si sente dei carbonari, si lotta per affermare il diritto alla sopravvivenza dell'arte nel senso più nobile e rivoluzionario del termine, esattamente come si faceva al Minton's negli anni Quaranta o allo Slugs' Saloon a metà anni Sessanta. Ed esattamente come all'epoca della free revolution, fanno sorridere lo smaliziato visitatore europeo certe ingenuità fricchettone: il live painting ai lati del palco, le declamazioni e gli appelli per la salvaguardia del diritto alla creatività, i ballerini molesti che sbucano quando meno te l'aspetti, fiumi di parole e ringraziamenti, abbracci, baci in diretta, lacrime a pioggia, picchiatelli di vario genere a ogni piè sospinto, un barbecue di fortuna nel cortile esterno, un pianoforte diroccato torturato dal redivivo Giuseppi Logan (proprio lui, proprio lui: il prossimo Henry Grimes). Insomma, quel tollerare e perdonare qualsiasi forma d'espressione purché libera e sincera, spesso in barba al minimo sindacale di decenza.

Ma in fondo questo è il Vision. In fondo non serve a nulla interrogarsi sui perchè di una totale chiusura a certe forme dell'improvvisazione d'oggi, sui motivi che spingono il festival più rappresentativo della New York moderna (almeno agli occhi del mondo) a non aprirsi ai fermenti che scuotono, ad esempio, la vicina Brooklyn o la Chicago meno allineata all'estetica free. Come tutti i riti, il Vision si ripete sempre uguale. E se ci fosse una direzione artistica intensa all'europea, un cartellone pensato e ponderato con sapienza, se ci fosse la necessaria distanza tra organizzatori, musicisti e pubblico, non sarebbe più il Vision Festival, ma un festival qualunque. E allora, lunga vita al Vision, che Dio ce lo conservi in salute esattamente così com'è.

Visita il sito del Vision Festival

Foto di Stefania Errore
Altre immagini del Vision 2009 sono disponibili nel foto racconto dedicato al festival.


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