Maurizio Comandini
Provate ad immaginare la scena: Miles Davis e il produttore
Teo Macero sono al di qua del vetro che separa lo studio di registrazione vero e
proprio dalla sala di controllo dove stanno i tecnici del suono. Stanno discutendo
animatamente, si potrebbe persino dire che stiano litigando. In realtà è una piccola
manfrina che si ripete quasi ritualmente: Miles utilizza Teo per fare
arrivare messaggi 'tosti' alla casa discografica. Vuole un miglior trattamento economico,
vuole più attenzione nella promozione dei suoi dischi, vuole poter fare quello che vuole
da un punto di vista artistico. Teo incassa e ribatte, non rinunciando a
punzecchiare Miles. È l'eterno gioco delle parti, condito dal fatto che i due,
sotto sotto, si stimano e si considerano amici.
I musicisti sono al loro posto, in sala di registrazione, al di là del fatidico vetro. Si
stanno un po' annoiando. Del resto le sedute di Miles sono sempre un po' anomale.
Poche indicazioni, molta libertà, ma anche molta tensione creata dal grande carisma del
trombettista, dalle sue indicazioni oblique o assenti che però giungono sempre a segno,
magari proprio per il loro non essere esplicitate verbalmente. Basta uno sguardo, un
mugugno, un cenno di intesa e i musicisti che stanno con Miles sanno mettere in
campo quello che ci si aspetta da loro: il meglio e l'inaspettato.
John McLaughlin, con quella sua arietta snob tipicamente inglese, è il più
birichino e non ce la fa a stare fermo, ad aspettare che il boss smetta di giocare alle
comari con il produttore e ritorni in studio per dare il via alla seduta. E così
giochicchia con una frase decisamente rock. Una sorta di blues angolare che poi sarà uno
dei materiali di base dal quale estrarrà la musica della sua avventura con la
Mahavishnu. La sua chitarra borbotta, mette a punto gli accenti e attira
l'attenzione del giovanissimo Michael Henderson (diciannove anni) appena arrivato
alla corte di Miles, proveniente dal giro di Stevie Wonder. Il riff prende
forma e a questo punto anche Billy Cobham non sa resistere e inizia a suonare.
Anche lui è giovanissimo (24 anni), praticamente sconosciuto. Ed è lì solo perché
Buddy Miles (il batterista per il quale Miles aveva pensato questa musica)
non si è reso disponibile. Già da tempo Teo Macero ha dato ordine ai tecnici del
suono di tenere i registratori sempre in funzione, durante le sedute di Miles. Gli
executive della casa discografica si lamentano per i costi derivati dalle quantità
industriali di nastro utilizzato, ma chi se ne frega. Anche Teo in fondo è un
ribelle e lascia che a decidere siano le considerazioni artistiche, invece che quelle
economiche. Il groove si fa incandescente, Miles e Teo smettono di colpo di
questionare e Miles si precipita in sala.
McLaughlin si è accorto dell'arrivo di Miles e ha deciso di modulare dalla
tonalità di Mi a quella di Si bemolle, certamente più consona alla meccanica intrinseca
della tromba del suo leader. Per alcune battute Michael Henderson non coglie la
transizione e rimane in Mi, una quinta diminuita rispetto al nuovo centro tonale che il
chitarrista sta proponendo. Miles è un vero mago, la sua attenzione per i dettagli
sonori è proverbiale, capisce al volo l'inghippo e parte suonando come prima nota un Re
bemolle, forse l'unica nota che riesce a mettere d'accordo le tue tonalità che si stanno
scontrando allegramente. Incredibile magia, che fa da trampolino di lancio per un
lunghissimo assolo di tromba, che ancora oggi rimane uno dei punti più alti toccati dalla
sua arte meravigliosa.
Più avanti, nella stessa seduta, si affaccia Herbie Hancock, con la borsa della
spesa sottobraccio, per salutare Miles e dargli una copia del suo disco appena
pubblicato (per la cronaca si tratta di Fat Alberta Rotunda). Il groove è ancora
bello vispo, in un angolo c'è un organo Farfisa che Herbie non ha mai visto in
vita sua. Miles gli fa cenno di mettersi alla tastiera, Herbie non vuole,
deve scappare, non ha la più pallida idea di come funzioni quella tastiera che proprio
non conosce. Ma Miles insiste e ovviamente la vince. Finalmente il tecnico del
suono trova il bottone giusto per accendere la tastiera. Herbie parte con un
accordo spaparanzato, che neanche un gatto, a passeggio sui tasti, potrebbe emulare,
nella sua comicità involontaria. E da lì incomincia a navigare in territori
stralunati che col jazz hanno davvero poco a che fare, ma che con questa musica bastarda
e bellissima vanno a nozze, quasi involontariamente.
Questi piccoli episodi di colore servono a capire il clima, lo spirito che aleggiava
sulle mitiche sedute di registrazione del divino trombettista. Sedute dalle quali
scaturiva musica che poi avrebbe fatto da punto di riferimento per generazioni intere di
musicisti.
Il meraviglioso cofanetto della Sony ripete la discutibile procedura che già
era stata inaugurata con il cofanetto dedicato a Bitches Brew. Il titolo recita
infatti The Complete Jack Johnson Sessions e il collezionista è indotto a pensare
che nei cinque CD ci siano tutte le session di registrazione che sono servite per
ottenere quel mitico album. E nient'altro.
Non è così. Da una parte abbiamo di più, dall'altra abbiamo di meno. Di più, perché in
realtà in questo cofanetto troviamo tutte le cose edite e soprattutto inedite che
Davis registrò in studio fra la metà di febbraio e gli inizi di giugno del 1970,
compresi molti brani completamente inediti e altre cose che erano finite su Live-
Evil, Directions, Get Up with It e Big Fun. Di meno, perché
comunque è stata fatta una selezione delle numerose take disponibili e quindi il
materiale delle session di Jack Johnson non è certamente completo, anche se è
notevolmente più ampio rispetto all'album originale. A parziale giustificazione delle
scelte della casa discografica va sottolineato come questo dettaglio non trascurabile
renda comunque più accettabile la scelta del titolo, rispetto a quanto era accaduto per
il cofanetto dedicato a Bitches Brew, dove inopinatamente non era stato pubblicato
un solo secondo di musica inedita proveniente dai tre giorni in cui era stato registro il
capolavoro di Miles Davis.
Visto l'interesse sempre più maniacale che gli appassionati stanno dedicando a quel
periodo, a qusto punto non è escluso che un giorno vedranno la luce integralmente tutte le
ore di registrazione dalle quali poi sono state estratte le take migliori per questo
cofanetto e ovviamente le sezioni poi magistralmente montate e mixate da Teo
Macero per l'album che ha rappresentato il punto in cui Miles si è affacciato
con maggiore decisione sul burrone del rock (detto in modo ironico, visto che il rock,
per chi scrive, non è certo un burrone da cui scappare).
Jack Johnson è un album che a suo tempo la Columbia decise di promuovere
pochissimo, a favore di Miles at Fillmore che uscì più o meno nello stesso
periodo, con un battage promozionale decisamente maggiore. Per di più, nella prima
versione di Jack Johnson, messa in commercio un po' in sordina, la copertina era
stata montata a rovescio, con Miles relegato nel retro. In questo modo l'album
sembrava proprio una colonna sonora di un documentario senza troppe pretese e rischiò di
passare inosservato. All'ascolto invece si accendeva la magia: fra lo stupore generale ci
si trovava di fronte ad una delle musiche più fiere, intriganti e riuscite di tutto il
periodo. Un vero faro luminoso che indicava il cammino.
Anche da un punto di vista economico la scelta della casa discografica fu decisamente
anomala: di sicuro la potenzialità di questo album, in termini di vendite allargate verso
il mondo del rock, era enorme, mentre Miles at Fillmore (che pure è bellissimo)
era un album doppio dal vivo, con molte sezioni sperimentali e ostiche. Un
album a volte anche scostante e bizzarro, che ebbe buoni risultati di vendita che però
rimasero lontanissimi dai numeri realizzati da Bitches Brew.
In queste sei ore abbondanti di musica, da un punto di vista musicologico, ci sono
momenti importantissimi che fanno comprendere meglio tutta una serie di progetti che
sarebbero seguiti. Per esempio si capisce molto meglio lo sviluppo dell'arte
chitarristica di John McLaughlin (qui davvero mattatore). Oppure si comprende come
Davis, oltre ad affrontare con decisione la sfida che il rock proponeva, nello
stesso periodo fosse spinto a curiosare anche in area free jazz.
Basta ascoltare le due parti di "The Mask" per vedere quanto il confine fosse ormai
ampiamente superato. Sono quasi 25 minuti di musica straordinaria, dove Miles,
sotto la spinta determinante di Chick Corea e David Holland, si tuffa
senza rete nel turbolento mondo del free. Nella prima parte il trombettista sta un po' a
guardare (e lo stesso fa McLaughlin), poi il furore dei suoi musicisti si fa
contagioso e anche Miles e McLaughlin si buttano dentro, per una salutare
nuotata nel mare tempestoso. L'episodio rimarrà abbastanza circoscritto (anche se dal
vivo molte sezioni dei concerti del gruppo erano decisamente nella stessa direzione) e di
lì a poco Corea e Holland si metteranno in proprio, con Barry
Altschul e Anthony Braxton, per la bella avventura denominata Circle.
Interessantissimo è anche l'utilizzo di Sonny Sharrock, vera anomalia nella
discografia di Davis. Nell'album ufficiale le sezioni in cui il chitarrista free
americano era impiegato, assieme a McLaughlin, erano molto contenute e il suo
lavoro era davvero poco evidente e misterioso. Adesso invece abbiamo modo di ascoltare
per intero i brani dai quali queste sezioni erano tratte e il risultato è senz'altro
interessante, con la ripartizione di ruoli attorno ai quali la musica sembra
specchiarsi.
Ma al di là delle disquisizioni e delle analisi dettagliate, che appassionano soprattutto
coloro che stanno tentando una ricostruzione accurata di quanto accaddeva nella musica
a cavallo fra anni sessanta e settanta, la cosa che più conta è la musica che troviamo in
questo cofanetto: a parte qualche sezione meno riuscita, coi musicisti che un po'
girano a vuoto, tutto il resto è di grandissimo valore, una vera goduria per le nostre
orecchie, un trionfo di piaceri epicurei, una manna che il nostro amico Miles non
ha voluto farci mancare, dal suo scranno in cima al cielo, impegnato a questionare con
San Pietro, giusto perché il suo boss si dia da fare un po' di più per promuovere la
sua musica benedetta.
Valutazione: * * * * *
Sito appassionato dedicato a Miles Davis:
www.plosin.com
Sito della Columbia Legacy:
www.legacyrecordings.com
Elenco dei brani:
CD1
01. Willie Nelson (Take 2) 6:41 *
02. Willie Nelson (Take 3) 10:21*
03. Willie Nelson (Insert 1) 6:33*
04. Willie Nelson (Insert 2) 5:22*
05. Willie Nelson (Remake Take 1) 10:45*
06. Willie Nelson (Remake Take 2) 10:17
07. Johnny Bratton (Take 4) 8:17*
08. Johnny Bratton (Insert 1) 6:38*
09. Johny Bratton (Insert 1) 5:19*
10. Archie Moore 4:45*
CD 2
01. Go Ahead John (Part One) 13:07*
02. Go Ahead John (Part Two A) 7:00*
03. Go Ahead John (Part Two B) 10:06*
04. Go Ahead John (Part Two C)3:38*
05. Go Ahead John (Part One Remake) 11:04*
06. Duran (Take 4) 5:37*
07. Duran (Take 6) 11:20
08. Sugar Ray* 6:16
CD 3
01. Right Off (Take 10) 11:09
02. Right Off (Take Off 10A) 4:33
03. Right Off (Take 11) 5:58*
04. Right Off (Take 12) 8:49*
05. Yesternow (Take 16) 9:49*
06. Yesternow (New Take 4) 16:02*
07. Honky Tonk (Take 2) 10:04*
08. Honky Tonk (Take 5) 11:29*
CD 4
01. Ali (Take 3) 6:50*
02. Ali (Take 4)10:14*
03. Konda 16:29*
04. Nem Um Talvez (Take 17) 2:50*
05. Nem Um Talvez (Take 19) 2:54*
06. Little High People (Take 7) 6:52*
07. Little High People (Take 8) 9:28*
08. Nem Um Talvez (Take 3) 4:36*
09. Nem Um Talvez (Take 4A) 2:04
10. Selim (Take 4B) 2:15
11. Little Church (Take 7) 3:16*
12. Little Church (Take 10) 3:15
CD 5
01. The Mask (Part One) 7:47*
02. The Mask (Part Two) 15:45*
03. Right Off 26:54
04. Yesternow 25:36
*= inedito
Musicisti:
Miles Davis (tromba; composizioni)
John McLaughlin (chitarra)
Sonny Sharrock (chitarra)
Wayne Shorter, Steve Grossman (sax)
Bennie Maupin (clarinetto basso)
Herbie Hancock, Chick Corea, Keith Jarrett (tastiere)
Michael Henderson, Dave Holland, Ron Carter, Gene Perla (basso)
Jack De Johnette, Billy Cobham (batteria)
Airto Moreira (percussioni
Hermeto Pascoal (voce; tastiere; batteria; percussioni; composizioni)