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Recensione: Metonymic





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Metonymic
Massimo De Mattia (Splasc(H) Records - Italia - 2000)


Enzo Pavoni

DeMattia

Ci sono artisti che non pongono le luci della ribalta come obiettivo primario della propria carriera, preferendo, al contrario, svolgere un lavoro apparentemente oscuro dietro le quinte, finalizzandolo alla continua ricerca di nuovi codici espressivi.

Massimo De Mattia è uno di questi.

Il poco più che quarantenne flautista di Pordenone indossa al meglio le vesti di quello che oggigiorno usiamo definire "artista moderno", per via di un rigore nella ricerca e soprattutto di una trasversalità che lo portano da anni a tenere in debito conto altre forme artistiche, in particolare il mondo del cinema, al quale ha prestato di frequente la sua opera di compositore.

"Metonymic" è la sesta fatica discografica a proprio nome (fra le migliori in assoluto) che di recente è stata pubblicata dalla Splasc(H) Records nella collana World Series, confezionata in elegante digipack.
De Mattia ci dona una dozzina di quadretti sonori, quattro in solo e i rimanenti in duo, per i qual ultimi alterna al suo fianco il chitarrista ungherese Sàndor Szabo, il pianista Giorgio Pacorig e il "manipolatore di suoni" Mauro Teho Teardo.
La fulminante apertura solitaria mette subito in chiaro le intenzioni e la poetica del flautista, il quale si diverte a girare intorno alle melodie/armonie della hendrixiana "Voodoo Chile", riuscendo a stupire per dieci intensissimi minuti l'ascoltatore con invenzioni a getto continuo, senza ricorrere mai all'effetto spettacolare tout court. Da brivido la seconda e conclusiva versione di "Gazzelloni", doveroso e inevitabile omaggio alla musa di tutti i flautisti, l'insuperato Eric Dolphy.

De Mattia è un musicista totale e coraggioso, aperto ad ogni sincretismo.
Da tenere, perciò, bene a mente. Enzo Pavoni

Valutazione: * * * ½

Sito della Splasc(H) Records:
www.ijm.it/splasc(H)

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