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Otis Spann & Other Compositions
Wayne Horvitz - Seattle Chamber Players (Periplum - USA - 2001)


Gianni M. Gualberto

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Wayne Horvitz è un affascinante miniaturista, capace di fotografare nascoste pieghe della realtà americana con un gusto per l'aforisma incline al poetico più che all'ironico. Non poche fra le sue pagine musicali ricordano lo scatto della macchina fotografica, ed esse potrebbero far proprio il titolo di un bel saggio di un fotografo come Robert Adams, Toward a Proper Silence.

La lettura dello scritto di Adams espone d'altronde una serie di considerazioni che paiono respirare all'unisono con talune malinconiche "istantanee" di Horvitz: La prima cosa importante che le fotografie dell'Ottocento ci ricordano è che lo spazio non è semplice. Abbiamo pensato che lo fosse fino a che steccati e strade non lo hanno annullato, mentre venivano costruiti gli edifici. Finché si poteva ancora guardare l'orizzonte libero da tutte queste cose, pensavamo che lo spazio esistesse. (...) Tra le verità che più risaltano in alcune delle prime fotografie c'è il silenzio. Lo spazio dell'Ovest era perlopiù quieto: ce lo suggerisce metaforicamente la pacatezza visiva delle immagini, caratteristica sia del soggetto che della composizione della fotografia. L'unico suono che cent'anni fa poteva prodursi davanti all'apparecchio fotografico era quello del vento, per quanto poco potessero essere gli alberi che ne venivano agitati; l'acqua che scorre appare solo in qualche rara immagine, e, almeno nella parte orientale non c'erano neppure molti uccelli. (…) Lo spazio, come ci appare da quelle prime immagini, non era solo una questione di ampie vedute, ma anche di distanza dalle persone. Molte scene sono completamente spopolate, prive di qualsiasi segno umano. (...) Di fronte a questi paesaggi è facile comprendere chi visse i primi momenti del nostro fraintendimento nazionale dello spazio. Non meraviglia che gli americani dichiarassero tanto facilmente e impudentemente di essere liberi. Come avrebbe potuto essere altrimenti? Erano soli, o così pareva, e vi erano arrivati con grandi sforzi.

Un approccio curioso per un nativo di New York come Horvitz, che pure, nelle sue realizzazioni come compositore o come leader di American Bandstand, lontano perciò dall'aggressiva e vivace neo-psichedelia di progetti come Zony Mash o Ponga, o dallo sperimentalismo di Pigpen, esibisce un tratto comune a non pochi empirici compositori americani (categoria cui Horvitz, autore autodidatta, certamente appartiene), cioè l'uso dello spazio inteso come esplorazione dell'immensità.

Pagine di squisita sensibilità come After A Time o Thursday, at Dusk, in Spokane, Washington, sembrano inizialmente dipanarsi da uno spazio minimo, per poi dilatarsi, a piccolissimi passi, verso una spazialità che ha il respiro di un'ampiezza pulviscolare, fatta dell'assommarsi di piccole cose. Nel succedersi di immagini racchiuse nella suite dedicata ad Otis Spann (artista che ha fortemente influenzato Horvitz, e che molti certamente ricorderanno come pianista nello storico gruppo di Muddy Waters) permane una sorta di visione di distanze vuote, da cui sbocciano improvvisi accenni di canto, sorprendenti macchie di colore che rivelano una peculiare sensibilità timbrica, brevi annotazioni melodiche screziate da una sorta di inquieta moodiness la cui elegante astrazione allontana ogni dubbio di primitivismo. È una poetica visione urbana dello spazio americano, quella di Horvitz, che si concretizza in un estremamente creativo uso dei vernacoli statunitensi.

È evidente, in queste pagine, la stessa mano che gestisce Zony Mash o The President, praticamente adeguata a un altro contesto, in cui maggiormente si esplicitano la lirica brevità, il gusto per un'ingannevole inerzia nella progressiva esplorazione del mondo sonoro, il penchant per il movimento tonale, il frammentato melodismo malinconico, l'organizzazione episodica, l'innodia minimale.

Difficile non subire il lento, poetico fascino di questi bozzetti, le cui frenetiche trasformazioni nei relativi remix curati dall'autore ci ricordano la loro sapida derivazione urbana, lontana da plastificate ingenuità fintamente bucoliche.

Valutazione: * * * * *

Sito di Wayne Horvitz:
www.waynehorvitz.com
Sito dei Seattle Chamber Players:
www.seattlechamberplayers.org

Elenco dei brani:
01. Jelly Roll Baker - 7:14
02. Love, Love, Love - 5.03
03. The Band with Muddy - 3:59
04. 9/8 - 3:25
05. Coda - 3:35
06. After A Time - 5:20
07. After A Time Remix - 1:43
08. Thursday, At Dusk, In Spokane, Washington - 4:20
09. Thursday, At Dusk, In Spokane, Washington - 2.37
10. Fanfare (in memoriam Lester Bowie) - 4:40
11. Fanfare (in memoriam Lester Bowie) remix - 2:20
12. Ann Arbor, 1971 - 2:34
13. Ann Arbor 1971 remix - 0:53

Musicisti:
Wayne Horwitz (pianoforte e programming)
Seattle Chamber Players:
Mikhail Schmidt (violino)
David Sabee (violoncello)
Laura De Luca (clarinetti)
Paul Taub (flauti)

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