Vincenzo Martorella
Non si accontenta, Roberto Gatto, di essere da tempo uno dei più brillanti batteristi della
scena jazzistica internazionale. Né di essere stato tra i primi a reindirizzare il proprio universo
stilistico verso un giacimento virtualmente infinito, ovvero quello rappresentato dalla musica
italiana.
Rischiando, a volte, di venire quantomeno frainteso, dalla critica più imbalsamata, per la apparente
disinvoltura di certe aperture di linguaggio (come nel bellissimo L'avventura dove chiamava
accanto a sé un cantante intenso e inimitabile come Piero Brega, ex Canzoniere Del
Lazio).
No, per Gatto, musicista raffinatissimo più attento alle idee che agli stili, essere dalla parte
giusta della strada ha sempre significato esplorare, con infinita modestia, percorsi alternativi,
che magari allungano la strada, ma rendono lo spostamento, il viaggio, il movimento più
importanti della destinazione.
L'ultimo tragitto artistico del vulcanico batterista romano, è in fondo un vecchio sogno, raggiunto
dopo una lunga serie di tappe d'avvicinamento, meticolosamente segnate su un diario di bordo sonoro
che si è dipanato lungo l'arco degli ultimi anni di una produzione artistica mirata a cercare
necessarie confluenze tra forme artistiche diverse (le colonne sonore, e dunque la riluttante arte
di commentare immagini e storie; la canzone italiana, che per intensità e lucentezza poco ha da
invidiare alla più blasonata cugina d'oltreoceano; la musica popolare, nell'accezione più pura, e
forse più ingenua e vera); linguaggi da ricondurre ad un comune denominatore che Gatto ha
individuato nelle musiche che Armando Trovajoli scrisse per la commedia
musicale Rugantino.
Non un obiettivo scelto a caso. Tutt'altro.
Intanto, Trovajoli è stato uno tra i più sensibili musicisti di jazz italiani, in un'epoca in cui
era difficile ragionare sulla musica afroamericana sia per la mancanza di fonti concrete (dischi,
partiture, pubblicazioni), sia per il ritardo culturale con cui l'Italia si è allineata,
sincronicamente, con la produzione statunitense. Nella sua musica, anche quella di carattere
più funzionale - i commenti sonori, appunto - riluce un'attenzione artigianale e sapiente al
trattamento delle armonie, un gusto melodico saporito e forte, che non si limitava a ripetere
stilemi e suggestioni, ma sapeva scavare nella più profonda anima melodica italiana.
E poi, come lo stesso Gatto sottolinea nelle note di copertina, "la musica di Rugantino ha quel
carattere popolare tale da aderire perfettamente al racconto, ma nello stesso tempo molto ritmica, e
con dei chiari riferimenti alla musica classica e soprattutto al mondo del jazz".
Individuato l'obiettivo, o la meta (fate voi), il primo problema consisteva nel raccogliere
musicisti dotati della necessaria sensibilità per calarsi in un progetto affatto semplice,
in grado di esibire una spontanea cantabilità e altissima capacità di interplay.
La scelta di Gatto
è caduta su compagni di viaggio che rappresentano una sorta di All Stars del jazz italico:
Enrico Pieranunzi, Enrico Rava, Rosario Giuliani, Gabriele Mirabassi,
Gianluca Petrella, Luca Bulgarelli, Massimo Pirone, Claudio Corvini e
Stefano Mastrangelo, ovvero un ensemble che punta agli impasti timbrici di gilevansiana
memoria (per la presenza di tuba e corno francese).
Il secondo problema era quello dell'arrangiamento. Paolo Silvestri, non ancora quarantenne ma
con una già luminosissima carriera alle spalle, ha allestito partiture di grande equilibrio
timbrico e strutturale, con guizzi di altissimo artigianato, utilizzando anche un'orchestra d'archi
con gusto e misura.
Dopo aver approntato tutto il materiale, non resta che il viaggio.
Ed è un viaggio formidabile, dentro e attorno a una musica brillante e coinvolgente. Molti gli
episodi di assoluto fascino: a partire dall'iniziale "Introduzione", in cui Giuliani e Pieranunzi
si dividono lo spazio solistico esibendo una fluidità di linguaggio impressionante, "'Na botta e via",
dominata dal flicorno lirico, di Rava, o "Tirollallero" in cui riluce il clarinetto di Gabriele
Mirabassi, tra i massimi specialisti al mondo dello strumento.
Ma, come invece spesso accade a molte produzioni d'oltreoceano, non è la somma dei talenti impiegati
a determinare la riuscita di questo disco (cui nulla, peraltro, aggiunge la pur partecipata versione
di Peppe Servillo del classico "Roma nun fa la stupida stasera). È un quid, un
indefinibile ingrediente che sfugge all'analisi critica e stilistica; un'attitudine, preziosa e
singolare, a guardare fuori dal finestrino, ritenendo ogni sfumatura del paesaggio, senza
lasciarsi distrarre dalle cartine geografiche. Quel quid che rende diverso il turista dal
viaggiatore.
Valutazione: * * * * ½
Sito di Roberto Gatto: www.ijm.it/gatto.html
Sito della Camjazz: www.camjazz.com
Elenco dei brani:
01. Introduzione I° tempo - Tirollallero - La morra
02. 'Na botta e via
03. E' l'omo mio
04. Saltarello
05. Tirollallero
06. Roma nun fa la stupida stasera
07. Anvedi sì che paciocca
08. Carnevale
09. Ciumachella de Trastevere
10. Stornelli e finale
11. Roma nun fa la stupida stasera (bonus track)
Musicisti:
Robero Gatto (batteria)
Enrico Rava (tromba; flicorno)
Rosario Giuliani (sax alto; sax soprano)
Enrico Pieranunzi (piano)
Gabriele Mirabassi (clarinetti)
Luca Bulgarelli (contrabbasso)
Gianluca Petrella (trombone)
Stefano Mastrangelo (corno francese)
Claudio Corvini (tromba)
Massimo Pirone (tuba)
Orchestra Roma Sinfonietta