Dicembre 2002
"C'è il jazz di Charlie Parker e c'è il
jazz di Coltrane, ma quello è "il loro jazz". Quello che faccio, io lo
chiamo "jazz"; ma è "il mio jazz"! È per questa ragione che ho fatto
un percorso inverso rispetto a quello consuetudinario: ho iniziato come musicista
jazz, da autodidatta, suonando gli standard. Poi sono passato alla musica
classica e, ancora dopo, alla musica tradizionale, che ho cercato proprio seguendo l'idea
di rifarmi ad essa per sviluppare la mia musica improvvisata"
|
Intervista a Enzo Favata
Cercando "il proprio jazz" nella musica popolare sarda
Neri Pollastri
Riprendiamo la nostra esplorazione nel multiforme ed affascinante universo della
musica "di frontiera", incontrando un altro dei suoi rappresentanti italiani più
interessanti: il musicista e compositore sardo Enzo Favata.
Attivo da vent'anni e presente con le sue produzioni discografiche dai primi anni '90,
Favata suona principalmente i sax soprano e sopranino, ma anche il clarinetto
basso e tutta una serie di flauti e strumenti a fiato della musica popolare sarda ed
internazionale. Dopo aver destato un forte interesse nella critica con il suo album
"Ajò" (Felmay, 1997), nel quale compariva il bandoneon di Dino Saluzzi,
Favata ha ottenuto una più ampia notorietà con "Voyage en Sardaigne" (Il
manifesto, 1997), un complesso progetto di interazione tra musica tradizionale - tenores,
cuncordu, launeddas, organetti - e musicisti provenienti dall'improvvisazione jazzistica.
Due anni dopo, sempre per il manifesto, ha pubblicato "Atlantico", nel quale la
tradizione fungeva da ispiratrice per una musica originale, eseguita assieme ai suoi
abituali compagni di viaggio: il chitarrista Marcello Peghin, il contrabbassista
Salvatore Maltana, il fisarmonicista Daniele Di Bonaventura, il percussionista Roberto Pellegrini.
L'occasione dell'incontro è fornita dall'uscita del suo ultimo lavoro, "Boghes
and Voices" [per leggerne la recensione clicca
qui], nel quale ritorna ad una interazione diretta tra la musica popolare e quella improvvisata. Proprio interrogandolo
sul personale modo di vivere il suo essere da un lato un musicista radicato nella
tradizionale popolare e dall'altro - 'in qualche modo' - anche un musicista jazz, iniziamo la
nostra conversazione.
Enzo Favata: Già, in qualche modo musicista jazz… perché molti non vorrebbero che lo fossi! In
effetti sono ancora tanti coloro che insistono su una certa forma di "purismo" e glissano
sull'esistenza di musiche diverse da quelle ispirate alla tradizione afroamericana. Ma credo
che ormai non sia più possibile continuare a glissare e sia invece diventato necessario
capire perché certi musicisti fanno questo invece di fare altro. Certo non per
semplificarsi la vita, perché le difficoltà oggettive dal punto di vista della
composizione, dell'esecuzione e anche dell'improvvisazione sono le stesse. Anzi, per chi
come me, come Di Bonaventura o Peghin, da vent'anni suona questa musica e
conosce il linguaggio del jazz, è molto più facile improvvisare su dei pattern che
non avventurarsi su modalità diverse, come quelle che affrontiamo. Improvvisare sulla
musica tradizionale ti porta necessariamente a dover mutare le forme
dell'improvvisazione, tanto che ormai la cifra del mio modo di improvvisare è data
dall'aver volutamente eliminato un certo tipo di accenti, proprio per avere un linguaggio
originale.
Ed è la ricerca di un'originalità ad avermi spinto su questa strada. Perché -
senza voler togliere niente ai miei colleghi - se vai a verificare ciò che fanno molti
musicisti jazz "puristi", alla fine ti sembra di sentire "l'emulo dell'emulo". Ha davvero
senso ascoltarsi e riascoltarsi il maestro del passato per cercare di produrre qualcosa
di personale? Io sono sardo, sono italiano, sono europeo; non sono newyorchese, non vivo
in una modalità sociale entro la quale si suona un certo tipo di musica: per fare musica
improvvisata, devo rifarmi alla mia realtà. C'è il jazz di Charlie Parker, c'è il
jazz di Coltrane, ma quello è "il loro jazz". Quello che faccio, io lo
chiamo "jazz"; quello è "il mio jazz"! È per questa ragione che ho personalmente fatto
un percorso inverso rispetto a quello consuetudinario. Infatti, ho iniziato come musicista
jazz, da autodidatta, suonando gli standard. Poi sono passato a studiare la musica
classica e, ancora dopo, la musica tradizionale, che ho cercato proprio seguendo l'idea
di rifarmi ad essa per sviluppare la mia musica improvvisata.
Poi è anche vero che quando hai realizzato la tua idea e vai a proporla, ti trovi davanti
a dei muri di diffidenza e devi cercare di sfondarli. Ad esempio, al festival jazz di La
Spezia ho anch'io contribuito a sfondare questo genere di muri, riuscendo a rappresentare
progetti non necessariamente riferiti alla musica proveniente dall'universo del jazz
americano. Perché, intendiamoci: anche in quell'universo io ascolto spesso cose molto
scadenti! Certo, ci sono anche personaggi straordinari, ad esempio adesso c'è Ben
Allison, che fa delle cose molto interessanti. Grande musicista, che ha anche un
suono al contrabbasso molto bello e pulito, ma al tempo stesso anche molto "robusto".
Spero proprio di suonarci assieme, abbiamo una mezza idea e ci stiamo scambiando del
materiale. Però Allison è un'eccezione, non la norma.
L'impronta sarda è fortemente presente nella musica di Favata, che forse,
nella maggior parte dei suoi lavori, non è caratterizzato solo dalla musica della sua
terra ma certamente è stato in parte favorito dal suo essere nato e vissuto in una
regione dove le tradizioni musicali sono state conservate più che altrove e sono ancora
oggi praticate dagli abitanti in modo tutt'altro che sporadico o "archeologico".
E.F.: Nella mia isola la tradizione è una cosa radicata, direi quotidiana. Non tanto nella mia
città, Alghero, perché tutto ciò che si ritiene algherese è una tradizione inventata.
Anzitutto perché Alghero è una città di formazione catalana - ed infatti, l'unica
cosa "originale" rimasta è proprio un brevissimo canto popolare di origine catalana. Poi
perché le tradizioni, qui, sono crollate. C'è tanta gente che suona, è vero, però è in
realtà tutto "costruito". Nel resto dell'isola, invece, la tradizione la trovi
dappertutto. Ci sono strumenti particolarissimi, modalità della musica che trovi solo qui
ed una grande quantità di materiale, disseminato su tutto il territorio e rappresentato
da musicisti e cantanti locali. I canti sacri di Boghes and Voices, per esempio,
sono diffusi in tante parti dell'isola, al punto che ogni paese ha i suoi propri canti,
che si differenziano da quelli dei paesi limitrofi.
Favata, sebbene multistrumentista, impiega in prevalenza il sax soprano.
Ammiratore, tra gli altri, di Jan Garbarek, ha per un certo periodo utilizzato il
soprano ricurvo, uno strumento solitamente poco usato.
E.F.: Il soprano ricurvo l'ho suonato in molte occasioni, ad esempio in Ajò. Poi però
l'ho abbandonato, perché aveva dei problemi nell'intonazione, e adesso suono un Selmer
serie III, uno strumento eccellente. Oltretutto rispetto a Garbarek ho un suono
più "robusto" e corposo - dal punto di vista del suono mi attrae più Surman - ed
il soprano ricurvo non si adattava a questa mia caratteristica. Poi, nel fraseggio, le
ispirazioni mi provengono da tanti musicisti, ma alla fine c'è molto del fraseggio della
musica popolare sarda. A Garbarek, che conosco personalmente, mi sono
ispirato più per i progetti, perché sono in pochi ad affrontarne di simili, nel mondo. In
fondo, credo che la differenza non la faccia la bravura tecnica ma il progetto. Io suono
il sassofono; c'è chi lo suona meglio di me e chi lo suona peggio, ma la valutazione su
questo piano finisce per far riferimento al gusto dell'ascoltatore, perché tecnicamente
lo strumento ha le sue difficoltà e va comunque studiato, qualunque genere si suoni.
Tecnicamente, è in ogni caso assolutamente necessario "essere a posto". No, la differenza
la fa il progetto e se questo ristagna su una ricerca fatta in una tradizione musicale
che non è tua, che riproduce cose di altri, tutta la creazione artistica ristagna.
Ma la musica di Favata non è solo "tradizione popolare", dato che il
musicista sardo ha ripetutamente cercato altre forme di sperimentazione, fin dai suoi
primi album.
E.F.: Lavoravo con l'elettronica ed i campionamenti - per intenderci, atmosfere alla Nils-
Petter Molvaer - già dieci anni fa. Addirittura, il mio primo disco, Jana, fu
criticato perché c'era l'elettronica ed un uso delle batterie che fu ritenuto eccessivo.
Tra poco sarà completata una nuova versione del mio sito Internet, più curata dell'attuale, che ospiterà anche
materiale inedito, con una banca dati in MP3. Credo che alcune cose potranno essere
sorprendenti per chi non conosce il mio lavoro di una decina d'anni fa. Adesso che i
tempi sono un po' cambiati potrò finalmente recuperare quelle idee. Anzi, qualcosa ci
sarà già nel prossimo disco, che ho appena finito di registrare. Sarà il seguito di
Voyage en Sardaigne ed uscirà con un etichetta tedesca, cosa che mi permetterà di
proporre il mio lavoro su scala più ampia di quanto sia accaduto fino ad oggi. Con
Voyage ed Atlantico, pubblicati con l'etichetta de Il manifesto, ho venduto
rispettivamente 25000 e 10000 copie, che non è poco per me, ma lavorare con un etichetta
italiana circoscrive un po' troppo. Puoi uscire con qualche centinaia di copie
all'estero, ma è troppo poco per essere conosciuto. Con un etichetta straniera la cosa
cambia.
In effetti, uno dei problemi dei musicisti "trasversali" è proprio quello di far
conoscere la propria musica. Tra le ragioni di queste difficoltà, però, Favata
ritiene che non siano da annoverare tanto le resistenze dei critici e degli appassionati
del jazz afroamericano, quanto le più "concrete" questioni legate al mercato discografico
e alle etichette.
E.F.: Un'etichetta, per dirsi tale, dovrebbe avere determinate caratteristiche. Ma in Italia -
ed è un discorso più generale - chiunque si alza la mattina ed improvvisa qualcosa. Così
nascono case discografiche che sono solo l'etichetta di chi la fa e dei suoi amici, che
mancano dei fondi per finanziare i progetti, promuoverli e sostenerli. E che spesso
mancano anche della professionalità per valutare quei progetti ed esserne convinte. Così,
in molti casi, le etichette si limitano a "fare catalogo", perché il catalogo vuol dire
SIAE, vuol dire vendere 100 copie di quel disco, 500 dell'altro e fare fatturato annuale.
Ma molto catalogo vuol dire anche molta dispersione e poca attenzione per il prodotto,
poca promozione, poca distribuzione. Se il disco non viene promosso, non viene
conosciuto, non circola e, alla fin fine, "non esiste"! Mi è successo più volte, ad
esempio con Ajò, uscito per la Felmay nel '96. Riconosco che allora suonavo
diversamente, però quel disco aveva ricevuto ottime recensioni ed alcuni riconoscimenti
da riviste specializzate, ad esempio Jazz Magazine, ma ne abbiamo fatte solo due o
tremila copie, nonostante la presenza di un grande musicista come Dino Saluzzi.
Stessa storia con Islà, un altro lavoro "underground", nel quale suonavo assieme
a Riccardo Tesi. Era un disco quasi irreperibile: non essendo mai stato promosso
non aveva richiesta e l'etichetta alla fine voleva pure toglierlo dal catalogo. Eppure è
un disco di grande poesia, veramente di confine. Anche Boghes and Voices esce con
una piccola etichetta toscana; verrà portato ad alcune mostre e probabilmente qualcuno lo
apprezzerà, ma ancora adesso e nonostante le recensioni favorevoli ci sono dei negozi che
non lo vogliono prendere! Devono esserci tanti concerti, devono uscire articoli sui
giornali, sui quotidiani, e in questo campo le cose dipendono da tanti fattori, non
necessariamente dalla qualità, ma dai rapporti personali, dalle esigenze di un mercato
già avviato, e via dicendo.
Boghes and Voices, l'ultimo progetto di Favata, è palesemente ispirato ad
Officium di Jan Garbarek, ma al tempo stesso è anche ispirato alla
tradizione sacra della Sardegna.
E.F.: In realtà, per i miei progetti, più che di "ispirazione" parlerei di "curiosità". Avevo
già fatto delle cose con i cori tradizionali, nel '90, quando non esisteva ancora niente
del genere. A quell'epoca il mio potere di proposta era molto modesto, ero solo un
giovane sassofonista che sperimentava. Inoltre suonavo in modo molto diverso da oggi.
Però quell'esperienza mi aveva davvero incuriosito molto. Così come mi avevano
incuriosito molto le differenze di chi tentava operazioni di questo genere. Ad esempio,
sia Surman che Garbarek hanno fatto esperimenti con la musica corale. Ma il
primo, nel suo Proverbs and Songs con il Coro del Festival di Salisbury e
John Taylor all'organo, mi è sembrato un po' "impettito", un po' troppo
pretenzioso. Poi il coro così ampio, così "ecclesiastico", non mi persuadeva. Diverso il
caso di Officium, con Garbarek e l'Hilliard Ensemble. Quella, a mio
parere, è stata la classica "scoperta dell'acqua calda", perché Garbarek non fa
quasi niente, improvvisa con una semplicità unica lasciandosi trasportare da quelle
armonie bellissime. Ecco, da là ho tratto l'idea di Boghes and Voices. Fare una
musica che si reggesse su niente, su quattro note, su quattro voci, che ricercasse anche
il silenzio, cosa che nel mio progetto sviluppo in particolare nei pezzi in duo o in
solo. Non credo sia un disco facile da seguire, perché è monocromatico e quasi ipnotico.
Però è esattamente quello che cercavo di fare.
Dal progetto di Surman ho però recuperato l'idea dell'organo, che mi è parso far
parte della cultura mediterranea. Anzi, l'idea originale era di fare questo lavoro con un
armonium, che purtroppo non suona nessuno. Per cui, in un primo tempo ho pensato a
Dino Saluzzi, con il quale ho già lavorato ed è bravissimo, ma che mi poneva il
problema del contrasto tra il suo modo molto formale, neoclassico, di suonare il
bandoneon e la musica tradizionale. È stato allora che, casualmente, ho incontrato
Simone Zanchini. Nonostante la sua giovane età, Simone è davvero un grande
musicista, infatti suona già nell'orchestra della Scala. Ma, soprattutto, ha questo modo
particolarissimo di suonare la fisarmonica, che permette una eccezionale integrazione con
la musica tradizionale. Oggi non potrei più suonare Boghes and Voices senza
Simone alla fisarmonica, perché suonata in quella maniera ricorda l'organo di
chiesa, si sposa con i Cuncordu e con il mio modo di improvvisare. Boghes and
Voices significa "voci e voci"; la mia idea fondamentale era quella di fare un lavoro
che si discostasse molto da Officium ma che entrasse dentro al mondo della musica
sacra antica, un mondo che raramente i jazzisti possono affrontare. È stata una
scommessa che, a giudicare dalle prime critiche, sembra sia riuscito a vincere.
Le sperimentazioni del sassofonista di Alghero non si fermano all'incrocio con la
musica sacra della sua isola ma proseguono a trecentosessanta gradi: ancora le
ispirazioni tradizionali calate nell'ambito dell'improvvisazione, ma anche la
collaborazione con musicisti più vicini all'universo afroamericano ed altro ancora.
E.F.: Adesso ho in programma concerti con il gruppo di Atlantico, quindi una tournée in
gennaio e febbraio e a fine marzo con un progetto di teatro, dove suono con il batterista
Michele Rabbia in uno spettacolo che si chiama La storia del labirinto, con
Mara Baronti come voce narrante. Poi ancora, vorrei portare in giro un progetto
nuovo, che ha già debuttato in un paio di date: un concerto per un'orchestra di venti
archi, con il quintetto Atlantico più Flavio Boltro alla tromba. Le musiche
sono quelle di Atlantico, con qualche cosa nuova. Alcuni arrangiamenti degli archi
sono del povero Alfredo Impullitti, che in origine avrebbe dovuto arrangiare tutto
il lavoro. Credo di essere stato tra i primi a sapere della sua malattia, lavoravamo
assieme in quel periodo. Purtroppo ha potuto finire solo quattro dei brani di
Atlantico, tra cui "Milonga del sol" e "Patagonia Express". Gli altri gli ha poi
realizzati il romagnolo Giorgio Casadei.
Sito di Enzo Favata:
www.voyagensardaigne.it
|