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Recensione live

Novembre 2002

Blake Tartare
Circolo degli artisti - Faenza - 12.11.2002


Maurizio Comandini

Il Circolo degli Artisti di Faenza è un bellissimo spazio, intimo e raccolto, perfettamente adatto per passare una serata piacevole, mangiando ottimi piatti della cucina romagnola e ascoltando buona musica dal vivo. Martedì 12 novembre era di scena il gruppo Blake Tartare guidato dal canadese Michael Blake.

Dopo le ottime avventure con i Lounge Lizards e gli Slow Poke il trentottenne saxofonista ha messo a punto questo progetto con tre musicisti danesi conosciuti dapprima a Copenhagen e poi a New York dove i tre baldi giovanotti si sono fermati per un anno, grazie ad una borsa di studio. Un anno dedicato a mettere a profitto le loro buone doti musicali e ad intrecciare solidi rapporti di collaborazione con molti musicisti della scena downtown newyorkese. E uno dei musicisti coi quali si sono trovati più spesso a lavorare è stato proprio Michael Blake, artista allo stesso tempo poetico e visionario, ormai affermatosi a New York da anni. Una collaborazione così fruttuosa da dare vita ad un gruppo stabile che speriamo vada presto in sala di registrazione.

I tre sono Jonas Westergaard (bassista), Kresten Osgood (batterista) e Soren Kjaergard (pianista, qui impegnato esclusivamente al piano elettrico Fender Rhodes) e stanno raccogliendo un buon successo in Danimarca, dove i giovani appassionati li paragonano a Medeski, Martin & Wood.

Il concerto è iniziato con una versione molto stimolante di "Stompin' Grounds" di Roland Kirk, un saxofonista a cui Michael Blake deve certamente qualcosa. Non a caso ogni tanto si esibisce in sezioni che lo vedono imbracciare (e suonare) contemporaneamente sia sax tenore sia sax soprano. Il concerto è poi andato avanti per quasi due ore alternando originali di Michael Blake con composizioni di provenienza molto varia (da Charlie Parker a Neil Young) per chiudere con una eccellente rilettura di "Darn That Dream", il bellissimo standard interpretato in passato da tantissimi jazzisti famosi (da Miles Davis a Gerry Mulligan, da Thelonius Monk a Charles Mingus).

I tre danesi suonano con grande intensità, vogliosi di divertirsi e di divertire il pubblico. Tutto questo ardore si sposa a meraviglia con il credo di Michael Blake che è proprio racchiuso in due parole: "Surprise and Fun" (sopresa e divertimento). Queste sono le linee guida che danno le coordinate dei suoi concerti e dei suoi progetti. Le sue doti camaleontiche al tenore e al soprano e la sua eccellente capacità di sviscerare le mille possibilità tematiche che gli si presentano di fronte chiudono perfettamente il cerchio della proposta di uno dei migliori musicisti in circolazione.

I brani alternano sezioni veloci a sezioni slow prese in maniera un po' caricaturale, i temi originali sono infarciti di citazioni da vecchi standard pescati un po' dappertutto. "Visa" di Charlie Parker diventa l'occasione per snocciolare assoli eccellenti e il giovane pianista emerge con una lunga uscita davvero brillante all'interno di questa lunghissima versione che smonta la forma blues in mille frantumi per poi rimontarla ogni volta in modo diverso, impreziosendo ogni chorus di innumerevoli citazioni prese da altri brani dello stesso periodo o di periodi invece contrastanti.

Il batterista è devastante e picchia come un invasato. Si propone come una sorta di appassionato nipotino di Han Bennink: fantasioso e concreto allo stesso tempo. Non a caso anche lui tira fuori un giocattolino spaziale dal quale estrae suoni improbabili pensati per divertire qualche bambinetto insonne e li fa diventare parte imprescindibile della colorata avventura musicale del quartetto.

Il bassista è forse un po' penalizzato dall'amplificazione del suo basso acustico che non appare particolarmente riuscita. Il suono potrebbe essere più profondo, ma comunque l'interazione con il resto del gruppo è di altissimo livello e da un punto di vista funzionale il suo ruolo risulta coperto alla perfezione.

Al di là del fantastico assolo sul blues di Parker il pianista è parso il perno attraverso il quale ruotava la musica, sempre pronto a inventare soluzioni di accompagnamento che assecondavano le invenzioni 'lunari' di Michael Blake, ora creando sul momento soluzioni sonore inconsuete ribattute da una unità di delay (l'unico effetto collegato al suo Rhodes), ora scoperchiando la cordiera e infilando le mani sulle piastre metalliche che stanno alla base della meccanica di questo modello di piano elettrico.

I brani sono sempre molto lunghi, dilatati, destrutturati, ricomposti in maniera bizzarra. Il suono dei sax del leader si modifica continuamente passando da un'emissione volutamente sporca e sgraziata a eleganti frasi perfettamente intonate. Arrivano sventagliate di armonici, accenni di respirazione circolare, variazioni dinamiche impressionanti, momenti incantati di puro impressionismo, soluzioni da colonna sonora di qualche film stralunato, tutto miscelato a dovere e sempre perfettamente sotto controllo.

Un concerto di grande spessore che ci ha fatto venire voglia di riscoltare i suoi eccellenti Kingdom of Champa, Drift, Elevated, Redemption e Slow Poke at Home. Per trovare altri spunti di riflessione vi suggeriamo di consultare il bel sito di Michael Blake all'indirizzo www.michaelblake.net.


Foto di Claudio Casanova [Ulteriori immagini da questo concerto sono disponibili visitando la galleria]



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