Maggio 2003
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Myra Melford BeBread Quartet
Spazio Gheroarté Corsico 17.05.2003
Paolo Peviani
Per uno dei tanti misteri del jazz italiano, Myra Melford è una musicista poco
nota presso il nostro pubblico e poco presente nelle programmazioni festivaliere che
animano lestate della penisola. Eppure, la biografia e la discografia di Myra Melford ci
mettono in contatto con i maggiori esponenti di un certo modo di fare jazz. Un jazz poco
rassicurante (peccato mortale, agli occhi di certuni!). Un jazz che sperimenta, che si
muove nella contemporaneità, che ricerca, con integrità e grandi qualità musicali.
Qualche nome? Tra i suoi maestri troviamo Art Lande, Gary Peacock e Don
Pullen; tra le sue collaborazioni Joseph Jarman, Leroy Jenkins, Butch Morris,
Henry Threadgill, Dave Douglas.
Rendiamo dunque il giusto merito allassociazione culturale Gheroarté di Corsico, che, a
coronamento di una stagione estremamente stimolante che ha visto sul loro palco musicisti quali
Michael Blake, Susie Ibarra, Erik Friedlander, Mephista e i Nexus di Tiziano Tononi e
Daniele Cavallanti, ha
invitato questa meravigliosa musicista ed il suo nuovissimo BeBread Quartet, che
la vede impegnata a pianoforte e harmonium (una specie di fisarmonica da tavolo), in
compagnia del trombettista Cuong Vu (con cui aveva collaborato anche in The
Same River Twice), del bassista Stomu Takeishi (presente anche in Crush)
e del batterista Elliot Humberto Kavee, alla sua prima esperienza con la
Melford, ma già ascoltato al fianco di musicisti come Henry Threadgill e Vijay Iyer.
Si tratta di un quartetto giovane ma dal carattere forte, con un sound ben definito. La loro musica è
varia, dinamica, poco inquadrabile, avvincente.
Come i nostri tempi, che hanno
perso molti dei vecchi valori, non sanno trovarne di nuovi, e sono in perenne movimento,
anche la musica della Melford è in costante evoluzione. È una grande centrifuga, in cui
la pianista inserisce influenze di ogni tipo senza cadere mai nella citazione e da cui,
sino alla fine, non si sa bene che cosa estrarrà.
Ecco allora danze popolari su tempi dispari alternarsi ai loop e riverberi che
scaturiscono dalla tromba di Cuong Vu; cluster alla Cecil Taylor (o forse sarebbe
meglio dire alla Don Pullen?) innestarsi su un basso slap, guizzi rock
smontarsi su un lavorio ritmico in costante scomposizione, mentre il pianoforte accenna
un arpeggio tardo-romantico. Una ricchezza di idee, di motivi tematici, di spunti
melodici che ha dellincredibile. Ogni brano della Melford potrebbe in realtà dare vita
ad un intero album, tanti sono gli elementi in esso contenuti. Eppure miracolosamente -
nonostante questa varietà e fugacità, nella musica della Melford non si avverte mai un
senso di incompiutezza. Si percepisce, piuttosto, il piacere generato da un continuo
spiazzamento. Il gusto dellimprevisto e dellimprevedibile. La bellezza sottesa ad
unarchitettura in cui improvvisazione e composizione si mescolano e confondono, fino a
renderne labili i confini.
PS: il pubblico presente in sala ha mostrato di gradire molto il concerto. Segno che cè
(ci sarebbe) spazio anche per nomi che non rientrano nel gruppo dei soliti noti.
Sarebbe gradito che chi di dovere ne tenesse conto.
Foto di Enrico Mattavelli
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