Marzo 2004
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Sanremo, il jazz frainteso
Enrico Bettinello
Anche una manifestazione concettualmente lontana dal mondo del jazz come il
Festival di Sanremo può offrire qualche spunto di riflessione, specialmente in
rapporto alla connotazione che viene abitualmente data [e recepita] a un pubblico
generalista del termine e della musica "jazz".
Senza ritornare con la mente e le orecchie alle mitiche edizioni in cui si poteva trovare
Louis Armstrong tra i partecipanti e Lionel Hampton a rifare con
l'orchestra le canzoni, capita ad esempio spesso che tra gli ospiti internazionali venga
inserito qualche "nome" jazz, che - come si suol dire - "fa sempre tanto fine..." [lo
scorso anno era stata la volta di Diana Krall].
L'edizione 2004 della kermesse canora, caratterizzata dalla sgangherata direzione
artistica di Tony Renis, dall'assenza delle major [ma tanto il mercato
risponde picche in ogni caso] e dalla sempre più inevitabile centralità dell'evento
televisivo, ha anch'essa riservato qualche spunto interessante nell'ottica del discorso.
Così, senza una particolare linea e senza alcuna pretesa di completezza, cerchiamo di
annotarne qualcuno.
Incominciamo da Mario Rosini, da subito presentato alla stampa come "pianista
jazz": il musicista, che ha un buon curriculum come sideman, ha cantato una
canzone [bella o brutta che si voglia giudicare] che è tutto tranne che jazz, costruita
secondo i dettami classici della melodia italiana - con qualche dettaglio armonico non
banalissimo - e atta solo a evidenziare la voce di Rosini.
Ciononostante - e nonostante il pianismo del cantante non si caratterizzi minimamente
come jazz in questo brano - la stampa continua a identificare Rosini come il "pianista
jazz", forse per fornire alla sua proposta una sorta di "benedizione" di qualità.
A prescindere dal fatto che pur ricevendo ogni anno decine di dischi di jazz italiano
(ma questo non vuole necessariamente dire...) non avevamo mai sentito il nome di Rosini in questo
ambito, la cosa che ci interessa sottolineare è come questo "status" di "musicista serio"
garantisca al cantante una sorta di "intoccabilità".
Ma proviamo a immaginare se la sua
canzone fosse stata presentata senza questa sorta di "habitat" (su cui influisce
moltissimo il caso di Sergio Cammariere lo scorso anno). Si sarebbe
parlato di ennesima canzonetta sanremese, di melodia all'italiana impermeabile
a ogni innovazione - e effettivamente "Sei la vita mia" potrebbe essere stata presentata
a qualsiasi festival da trent'anni a questa parte - e invece la pretesa qualità con cui
viene presentato Rosini [ripetiamo, non stiamo contestando le qualità del musicista, che
ha cantato con grande professionalità] lo rende immune da questo tipo di annotazione.
Curioso no? In Italia non si vendono dischi di jazz, ma se anche solo si accenna che una
persona ha lo status di "jazzista" [dato poi da cosa?], viene guardato sotto una luce
completamente diversa.
Ma andiamo avanti e passiamo a Neffa: nel suo caso il ragionamento è simile, ma
leggermente spostato, dal momento che il [pre]giudizio viene focalizzato sul tipo di
canzone invece che sull'interprete.
Neffa è un personaggio simpatico, partito nell'improbabile veste di musicista hip-
hop e poi trasformatosi in una sorta di indefinibile pop-star in grado di
coniugare facili ritornelli con un gusto ritmico afroamericano un po' blasé e
assai gradevole.
Questi suoi "precedenti" gli consentono di presentare senza alcun timore dueminutiemmezzo
di un'esile canzonetta swing, leggera e senza tempo, vagamente simile a quelle che
presentava Sergio Caputo diversi anni fa [e le canzoni di Caputo erano molto più
originali e intelligenti di quella sanremese di Neffa], una specie di apparizione in
bianco e nero che non sarebbe stata consentita a nessuno, ma che è resa possibile proprio
in virtù di questa recente "immagine" di Neffa come "intenditore" e qualificato esponente
di una musica dalla forte connotazione black.
Che la canzone sia davvero banale - sia nel testo che nella musica - nessun lo dice, dal
momento che è il "modello" a contare e a porre Neffa in una sorta di bunker concettuale
per cui non si osa sollevare perplessità sulla sua canzone, pena l'essere tacciati di
profonda ignoranza dei "pilastri" della musica.
Andiamo avanti? Lo facciamo con Andrea Mingardi, onesto e sanguigno cantante
emiliano, che si ritrova in questo Sanremo a esplicitare il riferimento alla musica nera
sia nella canzone sia nell'accoppiamento con la gloriosa Blues Brothers Band.
Nel testo della sua "È la musica" vengono citati esplicitamente Miles Davis,
Charlie Parker, Ray Charles, mentre la struttura della canzone è un
classico rhythm'n'blues: poco importa che la musica sia assolutamente priva di
qualsiasi guizzo di originalità, quel che conta è l'adesione - totalmente acritica - a
un "modello" [a Mingardi è congeniale l'R&B, ma sarebbe lo stesso identico discorso con
qualsiasi altra musica del mondo, dalla bossanova alla ballata irlandese] che connota
come "valida" la scelta dell'artista.
In questo ambito, la Blues Brothers Band è un ulteriore suggello: se ci sono loro [non
importa che cosa stiano suonando] pensa lo spettatore, vuole dire che Mingardi è un
artista "di livello", e lo schermo dell'R&B lo protegge da eventuali appunti: non
abbiamo infatti letto, ma forse ci saranno stati, commenti negativi sulla sua canzone,
che pure è banalissima, mentre si sottolineava a più riprese il feeling con la
Blues Brothers Band, quasi una sorta di "imprimatur" artistico.
Da questi pochi esempi emerge un concetto del jazz e della musica nera come di un "luogo
artistico" in cui la qualità è data oggettivamente per scontata, in cui il fatto che lo
spettatore non sia in grado di riconoscersi porta a una sorta di accettazione
incondizionata - tanto poi i dischi chi li compra e ai concerti chi ci va? - di
un'immagine del jazz assolutamente piatta e del tutto contraria invece a quella che è
stata la forza vitale e problematizzante delle musiche nere lungo tutto il '900 e oltre.
Ulteriore esempio - tralasciando l'apparizione incolore di Nathalie Cole - è stata
l'apparizione come ospite speciale del giovane ragazzino prodigio del sax, il siciliano
Francesco Cafiso, cimentatosi in una versione convulsa di "Cherokee".
Il jazz entra nelle case degli italiani sotto le spoglie un po' inquietanti di un
quattordicenne, tecnicamente bravissimo, che in tre minuti satura ogni possibile angolo
dei chorus dello standard [tanto alla platea che gliene fregava fosse "Cherokee"
con tutta la sua storia interpretativa, poteva essere qualsiasi altro brano...] e dona al
pubblico una fotografia di un jazz che non rispecchia il mondo che ci circonda [vogliamo
sperare che Cafiso non ami andare in giro con il completo grigio e che possa ascoltare
anche DJ Spooky, Bjork, Me'Shell, o quello che vuole], in cui vige
l'equazione qualità = virtuosismo, in cui i grandi maestri stanno appesi come icone
[pericoloso assai a Sanremo, dove si accolgono come "miti" Mino Reitano e Toto
Cutugno!] e ci guardano immobili.
Ovvio che non è certo il Festival di Sanremo il luogo in cui una musica a più livelli di
significato come quella afroamericana può trovare una collocazione utile e dinamica, ma è
comunque interessante notare alcune di queste dinamiche.
Perché ci dicono molto di più sulla problematicità della comunicazione del jazz e di
altre musiche che non mille dibattiti e classifiche nelle riviste specializzate.
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