Ottobre 2002
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Intervista a Gerardo Bartoccini
Vittorio Lo Conte
Il contrabbassista romano Gerardo Bartoccini ha di recente inciso Twilight insieme
al trombettista americano Eddie Henderson per la YVP Records, casa discografica
tedesca da tempo attenta ai talenti, giovani e non, espressi dal jazz italiano.
In questa intervista parla, fra l`altro, di questa sua incisione e
del suo modo di intendere la musica jazz.
All About Jazz: Cosa ti ha spinto a scegliere il contrabbasso come strumento?
Gerardo Bartoccini: Verso i dodici/tredici anni iniziai a rimanere affascinato dal ruolo oscuro ma
fondamentale che il basso elettrico svolgeva praticamente in tutti i gruppi rock,
anche se non capivo completamente che cosa facesse. Poi - a quattordici anni - ebbi l'occasione
di comprare un basso da un conoscente, e così cominciai a suonarlo.
Ho avuto un gruppo rock fino a diciotto anni circa, col quale abbiamo suonato
parecchio in giro e per il quale ho composto molti brani. Comporre è
un'altra delle mie passioni, come si può evincere dal mio CD Twilight.
AAJ: Da quanto tempo è ti dedichi a questa musica?
G.B.: Verso i diciotto anni, grazie ad un mio amico che tornò dal servizio
militare con un pò di cassette di jazz, mi avvicinai a questa musica, seppure
passando attraverso la fusion ed il jazz-rock. Musicisti come Metheny e
Pastorius, gruppi come i Weather Report e gli Steps Ahead
hanno rappresentato i primi passi di questo cammino.
In seguito mi sono avvicinato ai grandi del passato: Parker, Coltrane, Davis,
Ellington. Il passaggio al contrabbasso fu automatico.
AAJ: Ci puoi parlare dell`incontro con Eddie Henderson?
G.B.: Ho avuto l'occasione di suonare con Eddie in un paio di tour,
nel 1999 e nel 2000. È stato per me un grande onore. Abbiamo fatto anche un
bel pò di strada in macchina insieme per raggiungere le località dove dovevamo
suonare. Quando ho saputo che stava per tornare in Italia, nella primavera 2001,
avevo una decina di brani pronti da registrare, che con il mio gruppo avevamo
messo su da tempo e già suonato in giro.
Sono riuscito a mettermi in contatto con lui e abbiamo fissato una domenica per
vederci in sala. È stato un pò avventuroso perchè il suo aereo ha ritardato
tre ore, è arrivato stanchissimo e con sei ore di fuso orario da recuperare.
Nonostante tutto abbiamo registrato subito due o tre takes buone di alcuni brani
e ci siamo rilassati. Anzi, abbiamo finito prima del previsto. In particolare i
due soli su "The Tuscian" e "Hale Bop" sono memorabili.
In Italia ci sono trombettisti molti bravi, con cui ho anche avuto la fortuna di
suonare, ma Eddie possiede un background che non si può ignorare. Ogni frase che
suona viene "da lontano". Inizialmente avevo pensato di "utilizzare" Eddie
solo nei brani hard bop, pensando che quella fosse la sua storia, e che lì
avrebbe reso al meglio. Poi ho pensato che lui ha realizzato anche molti dischi
negli anni '70, in cui le influenze del funk erano evidenti. Alla fine ha
suonato in sette dei dieci brani.
AAJ: Sei presente anche sull`ultimo CD di Toni Germani per la DDQ, Beatin`Beats [per leggerne la recensione
clicca qui]. Quali sono le tue impressioni su quel CD?
G.B.: Ammiro Toni e gli auguro molta fortuna con questo CD. Lo abbiamo registrato
qualche tempo fa (credo siano passati quasi tre anni da allora!). Purtroppo come
al solito trovare una produzione per i propri CD non è facile. Sono contento che
alla fine sia riuscito a pubblicarlo con la DDQ, la quale ha già pubblicato altre sue incisioni.
Ho risentito il CD recentemente, e devo dire che i brani sono molto belli, e
anche l'esecuzione non è male. Insomma, il CD mi è decisamente piaciuto, anche
se si poteva fare qualcosa in più a livello di registrazione. Spero di avere
l'occasione di presentare il CD in giro con Toni.
AAJ: Qualche bassista che ti ha ispirato?
G.B.: I piu' grandi, ovviamente.
Citerei su tutti Dave Holland, perchè è quello che sento più vicino,
insieme a Rufus Reid, e George Mraz.
Ma come dimenticare giganti come Paul Chambers, Charlie Haden, Ray Brown,
Ron Carter?
AAJ: Su Twilight passi dal funky alla Herbie Hancock a cose più
europee, come hai sintetizzato le varie influenze?
G.B.: Il nostro/mio primo CD era molto piu' "europeo". I brani si
assomigliavano un pò tutti, c'era un filone portante molto ben definito. Forse
proprio per quello ho deciso di sperimentare nuove soluzioni ritmiche, i brani
composti da tre anni a questa parte hanno esplorato varie sorgenti musicali,
come il tango, il funk etc.
AAJ: Cos`è che ti spinge a scrivere così tanto, da dove prendi l`ispirazione
per le tue composizioni?
G.B.: Non saprei dire. Di certo ogni brano nasce da un'idea ben precisa,
che sia ritmica, melodica o armonica.
Per esempio, "Hale Bop" nasce dall'idea di comporre una specie di blues
sfruttando il riff di basso dell'inizio. "The Tuscian" dalla voglia di sfruttare
le armonie di "How Deep Is the Ocean" modificando alcuni accordi, come
all'inizio del brano. "Century" nasce dal desiderio di scrivere un pezzo "alla
Ornette Coleman", qualcosa sul genere "Latin Genetics", cioè un calipso,
o comunque un ritmo latino, con una melodia semplice ma infantilmente "storta".
E così via.
AAJ: CŽè qualche musicista con cui lavoreresti volentieri?
G.B.: Mah... non saprei rispondere. Ovviamente sono molti i musicisti con cui
mi piacerebbe collaborare, sia italiani che stranieri, ma non c'è un nome su
tutti. O meglio, se proprio lo vuoi, un nome te lo faccio: Roy Haynes!
AAJ: Ci puoi parlare del tuo disco d'esordio, "Denti di velluto"?
G.B.: Il primo CD realizzato con questo quartetto risale al 1997. Allora il
quartetto si chiamava Frau Gruber, ed avendo vinto il concorso
Sangemini Jazz, abbiamo avuto come premio la produzione di un CD.
Conteneva nove brani di mia composizione, ed è stato interamente suonato in
quartetto.
L'atmosfera, come ho già detto, era più omogenea, e richiamava sonorità
europee, tipo ECM per intenderci. Non ha avuto, purtroppo, una buona
distribuzione, ma almeno è stato ben recensito.
AAJ: Come vedi le differenze tra il mainstream fatto in Europa e quello fatto
in USA?
G.B.: È difficile da dire. Mi è capitato di collaborare con alcuni
musicisti americani cinquantenni o sessantenni. Devo dire che il loro background
è qualcosa che noi non potremo mai avere. Essere cresciuti sentendo alla
radio gli standard che noi oggi leggiamo sul Real Book determina una evoluzione
completamente diversa.
Mi ricordo che John Ramsay, un batterista di Boston, al ritorno da un
concerto fuori Roma, cantò tutti i temi di tutti gli standard che passavano
nella mia autoradio. Sapeva le parole di tutti gli standard. Ed era un
batterista!
Il nostro approccio è ovviamente determinato da un grande amore e da una grande
passione per questa musica. Facciamo quello che possiamo. E non trovo niente di
male a cercare una "nostra" strada. I nordeuropei ci stanno provando da
trent'anni. Noi siamo ancora legati alla tradizione afroamericana, salvo qualche
incursione nell'etnico. Però è una evoluzione che non può che continuare.
AAJ: I tuoi prossimi progetti?
G.B.: Ho parecchie idee per l'immediato futuro, purtroppo spesso si tratta
di progetti la cui realizzabilità non è immediata. C'è un progetto con un trio
jazz chitarra-contrabbasso-batteria più quartetto d'archi. Abbiamo fatto un
solo concerto finora, speriamo di replicare a breve. Poi c'è una mia idea
su un CD di incontro tra vari chitarristi con cui abitualmente collaboro.
Inoltre vorrei portare avanti il mio quartetto, che ha ormai sette anni di
vita, inserendo magari un ospite quando possibile (una tromba, un sax
tenore), e inserendo un pò di elettronica nelle ritmiche.
Pagina web su Gerardo Bartoccini:
http://digilander.libero.it/jazzbus/bartoccini
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