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Francia: Citizen jazz


Intervista

Dicembre 2002




"È interessante suonare con giovani che stanno ancora sperimentando, perfezionando il loro stile: questo davvero mi sprona ad essere più creativo. Se passo troppo tempo con musicisti maturi, divento più ripetitivo. I giovani talenti sono la mia droga, mi fanno sentire più giovane"

Lo strano caso del dottor Burton


Laura D'Incà

Incontro Gary Burton nel tardo pomeriggio di un sereno sabato novembrino, nell'atrio dell'hotel milanese ove il guru del vibrafono soggiorna in questi giorni. È un vero gentleman. Dietro l'apparenza algida del professore di matematica (in fondo, non del tutto fuori luogo: è il vice-preside del Berklee College of Music) è di una gentilezza disarmante. Accusa ancora il colpo del cambio di fuso orario (dice, ma non lo dà affatto a vedere) ed è pronto per la cena, che si augura essere a base di piatti tipici lombardi. La mattina successiva si esibirà al Teatro Manzoni, nell'ambito di "Aperitivo in Concerto", la rassegna divenuta un appuntamento abituale per gli appassionati di musica a Milano, in duo con il pianista Makoto Ozone [per leggerne la recensione clicca qui].


All About Jazz: È la prima volta che si confronta con il repertorio musicale classico, vero?

Gary Burton: Be', sì. Avevo già provato a suonare qualche pezzo qua e là in passato ma questo è il primo progetto importante relativo alla musica classica; in realtà per noi è una specie di esperimento per verificare la possibilità di prendere pezzi classici e riarrangiarli per l'improvvisazione, guardarli con il tramite dell'interpretazione jazz, mantenendone al contempo il significato originario, l'atmosfera, il concetto base.


AAJ: Il concerto di domani sarà piuttosto interessante, allora.

G.B.: Sì, siamo felici di poter dire che il pubblico è stato molto ricettivo nei confronti della musica classica. Non ne ero sicuro, all'inizio. Sai, credevo che il pubblico, che è un pubblico abituato ad ascoltare il jazz, rimanesse un po' così, nel sentirmi dire: "Ora suoneremo... Scarlatti. E Ravel, Rachmaninov, Brahms, eccetera... Pensavo che potessero anche andarsene. Temevo che dicessero 'no, questa non è la musica che fa per noi'; ma in effetti li ho trovati sorpresi e allo stesso tempo incuriositi.


AAJ: Forse è perché si fidano di lei.

G.B.: Forse è vero. E forse hanno trovato qualcosa di fresco, di nuovo, in questi concerti.


AAJ: Crede di continuare con altri progetti di questo tipo, che coinvolgono in qualche modo la musica classica?

G.B.: Non lo so. Anche altre persone me l'hanno chiesto, ma è difficile dirlo. Quindici anni fa realizzai un disco di tango, con Astor Piazzola, e qualcuno mi chiese se ne avrei fatti altri. Risposi "Non so, probabilmente no". Poco tempo dopo Mr. Piazzolla venne a mancare e pensai che quella fosse la fine dei miei esperimenti col tango. Poi, nel 1997 saltò fuori una nuova occasione per lavorarci, e realizzai altri due CD di questo tipo.
Penso che con la musica classica, sia troppo presto per dirlo. Forse ripeterò l'esperimento, anche se probabilmente non sarà esattamente il prossimo disco. Magari cambierò, per ritornare di nuovo sulla classica in un secondo momento.


AAJ: Dunque non è una sua evoluzione in quella direzione?

G.B.: No, non è il mio nuovo percorso musicale, non direi. Del resto, non sono l'unico musicista jazz che si sia avvicinato alla classica: è una meravigliosa fonte dalla quale attingere, il repertorio classico. C'è molto di classico nel jazz, e nella musica pop. Hanno le stesse radici. Lo stesso tipo di melodia e struttura armonica, e così via. Anche la musica pop americana, in origine, ha attinto dalla stessa fonte, la musica classica europea. Ci sono praticamente infiniti spunti d'improvvisazione, e il repertorio entro il quale ci si muove, da cui poter scegliere, è molto, molto vasto. È stato molto difficile decidere quale pezzo scegliere. Non ero così esperto da poter dire: "Ecco, voglio quel pezzo di Bach." Così ho comprato moltissimi CD classici e ho passato il tempo ascoltandoli e riascoltandoli, uno dopo l'altro, ancora e ancora. Finché scattava qualcosa che mi faceva dire: "Ecco, questo sarebbe eccellente interpretato così" e poi magari tre giorni dopo ne sentivo un altro che mi faceva lo stesso effetto. Ecco, sì... probabilmente c'è spazio per un altro progetto del genere. Mi rimangono talmente tanti pezzi che avrei voluto scegliere!


AAJ: Ci sono musicisti come Pat Metheny, Carla Bley e lo stesso Makoto Ozone, che probabilmente le sono riconoscenti, perché li ha aiutati a trovare la loro strada, il loro stile personale...

G.B.: Credo che questo sarebbe accaduto comunque: semplicemente, li ho incontrati per primo. Ne sono molto orgoglioso, ma sono musicisti che prima o poi avrebbero in ogni caso riscosso successo. Forse ho avuto una piccola parte nell'aiutarli a trovare la loro strada, ma ci sarebbero arrivati comunque, perché il talento è talento, e se non avessero cominciato suonando con me, avrebbero cominciato in qualche altro modo. Mi piacciono molto i giovani musicisti. Mi ispirano. Alcuni di loro preferiscono collaborazioni collaudate, con colleghi affermati ed esperti. Personalmente trovo che sia più interessante suonare con giovani che stanno ancora sperimentando, perfezionando il loro stile: questo davvero mi sprona ad essere più creativo. Se passo troppo tempo con musicisti maturi, divento più ripetitivo. I giovani talenti sono la mia droga, mi fanno sentire più giovane. Sono stato per trent'anni al Berklee College, una scuola di musica molto grande e...


AAJ: È il vice preside del Berklee College. Com'è?

G.B.: Sì, è un lavoro di supervisione di tutte le attività della scuola. Inizialmente ero un insegnante, poi ho avuto in carico tutta l'area accademica, e sette anni fa, l'intera scuola. Faccio cose come acquisire edifici... sono un manager. Non avrei mai potuto immaginare, anni fa, che avrei finito con l'essere un uomo d'affari. Ma molto gradualmente, mi sono lasciato coinvolgere sempre di più nel prendere decisioni riguardo alla direzione che la scuola avrebbe dovuto prendere, come gestire i problemi economici, o creativi, nella loro globalità. Era qualcosa che mi riusciva piuttosto naturale, spontaneo, e così...
Non lo farò per sempre. Sai, è un'enorme mole di lavoro, sono costretto a dividere il mio tempo tra la scuola e l'attività di musicista, che include anche momenti come questo, e i concerti, le tournée. Penso sia un lavoro per una persona più giovane, che abbia energia da vendere, e un sacco di idee al riguardo. Gli studenti che arrivano hanno diciotto, vent'anni. Io sto per celebrare il mio sessantesimo compleanno, e mi sento sempre più lontano dalle reali esigenze di questi ragazzi. Prima o poi il ruolo di vice preside dovrà passare a qualcun altro.


AAJ: Ha un'immagine guida, quando componi? A cosa pensa, qual è il suo musicista di riferimento?

G.B.: Sai, non so come possa funzionare per altre persone. Forse alcuni hanno effettivamente un'immagine mentale, quando compongono. Un luogo, un ricordo, o una persona che conoscono. Per me non è mai stato così, è più una sensazione. A volte, so che mi serve un pezzo di un certo tipo per un album: un brano lento, magari, una ballad. E così immagino il mood che il pezzo dovrebbe avere e comincio semplici melodie, che alla fine diventano una canzone. Oppure mi dico: "Bene, ora voglio qualcosa che abbia energia", mi concentro ed ecco che in un attimo mi sento ispirato per un pezzo così.


AAJ: La musica quindi resta espressione delle sue emozioni...

G.B.: Sì. La musica è come una lingua; ma le cose che si esprimono in inglese non si possono dire con la musica, e viceversa. Se parlo in inglese, in italiano o in francese, in definitiva è più o meno la stessa cosa. La musica è una lingua d'altro genere, ha un suo proprio stile, molto comunicativo: ha il messaggio, l'atmosfera, ma non è come una lingua parlata. Se traduco in inglese la mia musica, perdo inevitabilmente qualcosa.


AAJ: Se comporre è un modo per esprimere le sue emozioni, si sente più produttivo quando sei innamorato?

G.B.: Probabilmente! È difficile dirlo, c'è una cosa curiosa, sai, nei musicisti... Qualche volta quando mi sento a pezzi, magari ho l'influenza, e mi reggo a malapena in piedi, vado al concerto, ed è una delle mie esibizioni migliori. Altre volte mi sento in perfetta forma, meraviglioso, ed è solo una serata "ok". Così a volte accade che anche se qualcosa ti è andato storto, o hai ricevuto una brutta notizia, vai comunque a suonare, e accade, con tua sorpresa, che sia una delle tue serate più riuscite. È difficile da capire. Credo che in generale nella mia vita sono in certi casi più produttivo, più brillante, ma non è qualcosa che cambia un giorno con l'altro. Suonare non è qualcosa che subisce alti e bassi così pronunciati. Una volta che hai acquisito professionalità le differenze nell'esecuzione non sono così evidenti.


AAJ: Ha collaborato con artisti importanti: Keith Jarrett e Chick Corea, per esempio. C'è qualche ricordo particolare che vorrebbe condividere con i lettori di AAJ Italia al riguardo?

G.B.: In effetti hai nominato due tra i più importanti pianisti jazz. La mia collaborazione con Keith fu in realtà piuttosto breve, abbiamo suonato insieme regolarmente per circa un anno, dal vivo, e per una registrazione, intorno al 1967. Era il periodo in cui Keith era tornato negli States dopo aver vissuto in Europa, e non era sicuro di quel che avrebbe fatto poi. Così colse l'occasione per suonare nel mio gruppo come ospite. Dopodiché, ho suonato occasionalmente con lui negli anni immediatamente successivi, e nello stesso periodo avevo anche cominciato a suonare con Chick. Con Chick la collaborazione è continuata: oramai sono trent'anni che suoniamo insieme. Ho parlato con lui proprio oggi: suoneremo insieme dal vivo per una settimana a New York, tra circa un mese, e abbiamo discusso di quale genere di musica proporre durante quelle performance. Da quando la collaborazione è iniziata, abbiamo suonato diversi tipi di musica, di solito in duo, ma anche progetti con quartetti d'archi, più classici, o progetti che coinvolgevano un'intera orchestra, cose del genere. Considero Chick uno dei più grandi musicisti di tutti i tempi, e anche uno dei più produttivi. Affronta vari generi musicali, vari progetti, vari... qualunque cosa! Trovo che lavorare con lui sia molto stimolante. Penso che abbia influenzato notevolmente la mia musica.


AAJ: Che genere di musica sta ascoltando in questo periodo?

G.B.: In realtà, non ascolto musica...


AAJ: No? E tutta quella musica classica di cui parlava prima?

G.B.: Ascolto musica solo quando preparo un nuovo progetto. Leggo, guardo la televisione, vado al cinema, ma non ascolto musica. E se lo faccio, ascolto generi musicali completamente diversi dal mio. Musica classica, il jazz degli inizi, musica country... gospel, o qualunque cosa che sia lontana dalla mia. E non ascolto affatto dischi. Alcuni musicisti ascoltano dischi tutto il tempo. Chick, per esempio. Ogni volta che lo vedo, ha sempre una pila di dischi che ha appena comprato, per vedere in che direzione si muovono gli altri artisti, o che cosa sta succedendo, o se c'è qualcosa che gli può interessare. Altri musicisti sono più come me, e sentono l'esigenza di tenere le distanze dalla musica, qualche volta. Ascoltarne troppa confonde l'immagine sulla quale sto cercando di focalizzarmi. In particolare, se sto preparando un nuovo disco metto da parte tutto il resto, e ascolto solo la musica sulla quale sto lavorando. E così, anche se ho una collezioni di dischi piuttosto vasta, capita di rado che mi metta lì ad ascoltarne uno. È come se volessi proteggere, in me, la mia musica, preservarla da contaminazioni con qualcosa di diverso.


AAJ: Il cinema quindi rappresenta una delle sue passioni. Che tipo di film preferisce?

G.B.: Un certo cinema d'autore, cinema europeo. Non sono un fan di Hollywood, dei film d'azione. Inoltre amo leggere. Mi piace essere informato su ciò che accade nel mondo. Credo sia anche perché mi capita di viaggiare spesso, per esempio tra qualche giorno sarò in Russia per quattro giorno, e mi piace sapere qualcosa del posto che sto per raggiungere, e che cosa sta succedendo lì in questo momento, che cosa sta cambiando in quella società, nel governo e così via. Sono anche interessato ai cambiamenti nelle arti, non dico solo nella musica, altri tipi d'arte, quali correnti creative si muovono nel mondo.


AAJ: Hai mai pensato di scrivere la colonna sonora di un film?

G.B.: Oh! Credo che potrei, sì. Non mi è mai stato proposto, anche se credo che uno di questi giorni qualcuno lo farà, ma non è ancora capitato. Solo pochi musicisti jazz hanno lavorato per il cinema. Credo che Chick non l'abbia mai fatto... Pat Metheny ha fatto qualcosa... Non è così comune per un musicista jazz comporre colonne sonore. Ma chissà, potrebbe succedere un giorno o l'altro. Resto ad aspettare!


AAJ:? Era un bambino quando ha iniziato a suonare, aveva sei anni. Deve'essere difficile immaginare di poter fare qualcos'altro nella vita. Ma se potesse rinascere, cosa le piacerebbe essere?

G.B.: Non so. Ci ho pensato, a volte, e sono stato tentato di prendermi una pausa dalla musica e dedicarmi a qualcosa di diverso. Mi piace studiare la storia, per esempio, e le problematiche di tipo sociale. Alla fine delle scuole superiori sono stato messo davanti a un bivio, e non sapevo se studiare musica, o medicina. Volevo essere un dottore. Poi ho capito che la musica per me era più importante. Forse cambierei strumento. Ecco, mi domando, cosa potrei suonare se cominciassi ora? Il violino, credo... oppure mi piacerebbe cantare. Trovo che il violino sia uno strumento incredibilmente espressivo. E cantare! Cantare è qualcosa di speciale, oltre alla musica, hai le parole... Ecco, credo che se mi fosse data l'opportunità di rinascere, vorrei essere un cantante.


AAJ: Ha mai pensato di mettere insieme un progetto con un cantante?

G.B.Sono un ammiratore dei cantanti jazz, in effetti. Mi è capitato di parlarne con qualcuno, ma non se n'è poi fatto nulla. Forse in futuro, chissà. La verità è che vorrei essere io a cantare!


AAJ: Cosa farà questa sera?

G.B. Oh! Non vedo l'ora di provare la cucina milanese! Poi non so, non credo che faremo molto tardi, perché domani il concerto è alle undici di mattina, una cosa molto insolita, non vorrei trovare il pubblico addormentato...


[Estratti audio dell'intervista (in inglese): 1, 2, 3, 4, 5]



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