Novembre 2002
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Confini del jazz e territori musicali limitrofi
Editoriale
Neri Pollastri
Oggi, sotto l'etichetta di "jazz" si è soliti rubricare una varietà di opere musicali
diversissime tra loro, sovente assai lontane dalle radici della musica "afroamericana" -
storicamente all'origine del genere "jazz" - e che con quest'ultima condividono,
talvolta, solo aspetti limitati.
Questo fenomeno ha molte ragioni, talune comprensibili, giustificate e sensate, altre più
banali, superficiali e "furbe". Tra le prime si possono menzionare l'ispirazione che
certe opere traggono dall'universo jazzistico, la provenienza artistica dei musicisti che
le producono, l'impiego di elementi tradizionalmente propri della musica jazz. Tra le
seconde, invece, si possono ricordare l'esigenza di trovare in fretta un pubblico per
musica "diversa", la necessità di collocare negli scaffali dischi "atipici", il bisogno
di "paletti" per orientarsi (anche dal punto di vista estetico) nel gran mare delle
produzioni musicali contemporanee.
Sopra tutte queste ragioni, però, vorremmo porre un dato di fatto che ci sembra tanto
importante, quanto conclamato: oggi l'universo del jazz costituisce forse la più dinamica
delle correnti musicali di esplorazione ed avanguardia, il più fecondo laboratorio
creativo del mondo della musica, colta ed extracolta. Per questo, molti musicisti
curiosi, inquieti e creativi sentono la necessità di attingere a questa realtà, di farvi
riferimento, anche quando si occupano di musiche dalle radici sostanzialmente aliene a
quelle della tradizione jazz.
Questo uso linguistico "ampio" della parola "jazz" comporta però un duplice pericolo. Da
un lato, c'è la possibilità che la denominazione perda il suo rigore e la sua coerenza,
dato che queste si basavano su un fondamentale, se non unico, riferimento: il mondo della
musica afroamericana che, accanto ad aspetti condivisi da altre esperienze musicali come
l'improvvisazione e la centralità dei solisti, aveva come suoi elementi determinanti lo
swing ed il blues. Dall'altro, esiste il rischio che quanto non sia
riconducibile a quella tradizione, in modo quantomeno traslato, finisca comunque per
essere sminuito, ghettizzato e accantonato, senza che ne sia neppure valutata la reale
portata artistica.
È per queste ragioni che ci è sembrato utile dedicare uno spazio specifico ad una più
attenta considerazione della musica che, pur in qualche modo inclusa tra il jazz, si
muove di fatto su un territorio "di frontiera", ed in particolare su quella frontiera che
delimita il jazz dalle musiche etniche e popolari. Quelle musiche, cioè, che pur
caratterizzate dall'improvvisazione, dal contrappunto e dalla creatività, non
intrattengono dirette relazioni con il blues e con lo swing ma piuttosto
traggono la loro ispirazione ed il loro materiale di partenza da altre tradizioni,
caratteristiche di altre terre che non siano gli Stati Uniti: il klezmer, le infinite
danze popolari, la tarantella, i ritmi balcanici, i canti nordici, la melodia
mediterranea…
È evidente che il territorio da tenere potenzialmente sotto osservazione è fin troppo
ampio: tutte le nazioni e finanche le più ristrette località geografiche possiedono un
loro patrimonio musicale autoctono, ed è molto probabile che oggi, con l'accelerato
processo di comunicazione ed ibridazione delle culture, in molti luoghi del mondo si
produca musica che unisce tradizione e avanguardia improvvisativa, etnica e jazz. Per
questo cercheremo innanzitutto di muoverci a partire da quanto ci è più vicino, vale a
dire dalla tradizione italiana, sia perché in Italia vi è già una fiorente e creativa
scuola che ha fornito al jazz di casa nostra spunti per moltissime opere di grande
valore, sia perché quei ritmi fanno comunque parte delle nostre radici e perciò dovremmo
essere meglio capaci di apprezzarli e farli risuonare dentro di noi.
Poi, rimanendo vigili su quanto potrà offrire il mercato discografico ed il mondo degli
spettacoli, cercheremo di capire meglio certe realtà jazzistiche "nazionali"
caratterizzate dal radicamento nelle tradizioni popolari locali - come certo jazz
scandinavo, franco-africano, mediorientale, est-europeo.
E poi, ancora, vedremo: perché l'intenzione della rubrica è quella di fare un po' di
chiarezza su ciò che viene prodotto, sul suo valore, sulla sua reale "prossimità"
all'universo jazzistico, attraverso la valutazione più attenta dei materiali musicali,
l'ascolto delle personali valutazioni dei protagonisti di questo settore, ed infine la
definizione più chiara dei confini "di genere", per mezzo di studi ed approfondimenti
specifici.
Un lavoro tutto da svolgere e del quale non possiamo certo anticipare oggi i
possibili "risultati" a venire. Che potrebbero, forse, essere anche "sorprendenti" e
farci magari affermare, in futuro, che c'è altro, oltre il jazz, nel jazz…
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