Novembre 2001
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Il Jazz:
modello di relativismo culturale nel terzo millennio
Maurizio Zerbo
Supremo metacodice di tutti i linguaggi musicali del' 900, il jazz può
essere considerato l'epitome delle società plurietniche e multiculturali del
terzo millennio, contribuendo al processo di avvicinamento tra diverse
civiltà e all'allontanamento dalle folli pretese etnocentriche di superiorità di
un sistema culturale sull'altro.
Lo studio delle civiltà musicali afroamericane può e deve costituire, al
pari della storiografia, uno strumento indispensabile per indagare e
valutare il divenire storico, alla luce dei principi del relativismo
culturale in base ai quali tutte le culture sono uguali e degne di rispetto.
Esistono, infatti, relazioni strutturali ben precise tra diversi sistemi
culturali, mai esplorate fino alla metà degli anni '60 dalla storiografia
europea, perché ritenute scomode, ai fini di una visione del mondo
relativistica ed eurocentrica, relegando il diverso all'isolamento e all'
invisibilità..
L'estetica (anche quella musicale), se concepita in maniera tradizionale, si
rivela, pertanto, inadeguata ad una rigorosa interpretazione dell'"universo"
musicale, che trascenda i principi di unità e purezza artistica.
In "Lettere dal carcere" Antonio Gramsci definì negativamente il jazz
"musica negra pericolosissima"(1), mentre per Theodor Adorno esso "fa
parte della musica leggera", criticabile "nel momento in cui questa moda
eterna crede di potersi porre come moderna, magari come avanguardia" (2).
La storia delle musiche euro-americane va interpretata invece come secolare
interscambio culturale tra Africa, Europa ed Americhe, che determina la
nascita e la fortuna di folias, passacaglie, ciaccone, negritos, la
contradanza cubana, il tango, la salsa, il samba, il blues, il soul, la
rumba e il jazz.(3)
Grazie agli studi della musicologia afroamericana, oggi è noto che la
gran parte delle musiche improvvisate e quelle scritte del '900 hanno avuto
origine dall'incontro tra nero e bianco, risultato di stratificazioni e
sovrapposizioni tra musica colta e musica popolare, tra improvvisazione,
oralità e scrittura.
Adottando i principi metodologici propri della critica jazz, gli
etnomusicologi studiano l'ambito musicale come sistema culturale evolutivo e
diacronico, "analizzando in che modo culture diverse venute a contatto si
sono influenzate, e quali nuove forme ne sono scaturite" (Bruno Netll).
Il jazz, musica "meticcia" nata negli Stati Uniti dall'incontro tra l'Occidente e
l'Africa e frutto di osmosi tra cultura "alta" e "bassa", tra
accademia e improvvisazione, è stata l'unica forma musicale nel secolo
scorso a rinnovarsi ed esplorare territori sconosciuti, grazie alla sua
capacità inclusiva di incorporare nel proprio lessico elementi ad essa
estranei.
Molti jazzisti sono stati pionieri di questa tendenza di sintesi melodica,
armonica, timbrica, ritmica dell'universo "musica": si pensi alle le
potenti intuizioni di John Coltrane e di Don Cherry, agli esperimenti di
Tony Scott, Charlie Mariano e le felici sintesi del miglior Gato Barbieri,
attraverso il recupero delle tradizioni orali europee, asiatiche (India) e
africane.
L'idea di estendere il linguaggio e lo strumentario jazzistico, fino ad
abbracciare musiche di tutto il mondo, incrociandosi con altri idiomi, prese
corpo negli anni '50 del secolo scorso, quando Yusef Lateef mutuò sonorità
proprie dell'Estremo Oriente, Miles Davis e Charles Mingus, con i dischi
Sketches of Spain e Tijuana Moods rielaborarono rispettivamente il
patrimonio folcrorico spagnolo e quello messicano e lo stesso dicasi per
John Coltrane con la musica africana e quella asiatica.
Negli ultimi anni di vita, pur avendo lasciato un'impronta indelebile nella
musica del '900, Coltrane era pervaso dalla ricerca (pienamente espressa) di
un suono universale, di una musica "cosmica".
Le Country-Dances rinascimentali ("Greenslevees"), il ring-shout di
derivazione africana ("Ascension"), il patrimonio musicale sacro d'ascendenza
asiatica e il repertorio afro-brasiliano ("Ogunde Varere") si incontrano e si
intrecciano con il call and response del jazz nell'ultima produzione
discografica del sassofonista.
Paradigmatica è la suite "OM", la cui fase introduttiva è costituita da
cantilene e salmodie rituali, sovrapposte a strumenti percussivi di vari
continenti, in cui si fa esplicito riferimento al "suono del mondo".
Nell'inglobare nel proprio idioma i patrimoni scalari pentatonici, tipici
della musica orale etnica del terzo mondo e quelle maggiori e minori
eurocolte, il jazz diventò già negli anni '60 del secolo scorso, linguaggio
di sintesi e memoria storica della musiche del mondo.
La nuova estetica fu diffusa e praticata in Italia da Giorgio Gaslini con
il suo libro "Musica totale", in cui si teorizzava un linguaggio
universale, libero e dinamicamente aperto a tutti i valori musicali.
Anche se non sempre l'incontro tra il jazz e musiche orientali ed africane
ha prodotto risultati convincenti ed apprezzabili, ciò è comunque sempre
avvenuto nel segno della ricerca e di crescita spirituale e culturale degli
artisti, non paragonabile alle istanze di gran parte della cosiddetta "World
music". Qui si fondono acriticamente e confusamente, per fini meramente
commerciali, le tradizioni pseudo-etniche internazionali con la musica pop,
con gli esiti nefasti che tutti conosciamo e subiamo.
Note:
1) Cerri Livio. Ricordi Remoti Del Jazz in Jazz 'N' Blues Around'
agosto/settembre 1998
2) Adorno Theodor W. Introduzione Alla Sociologia Della Musica, pag. 41,
Einaudi
3) Zenni Stefano. Il Jazz: Natura, Forme, Significato, Storia, pag. 49, Idea
Formazione Musicale
Foto di Claudio Casanova
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