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Novembre 2001

Donne nel jazz
Il punto di vista di un uomo


Mitchell Feldman

Il tema del Festival Internazionale Time in Jazz organizzato da Paolo Fresu a Berchidda nell'agosto del 2000 era "L'Altra Metà del Jazz" essendo dedicato alle donne del jazz.

L'edizione 2001 del festival New Conversations a Vicenza, che si è concluso il 26 maggio (per leggerne la recensione clicca qui), aveva oltre ad alcuni tributi alle vecchie glorie del passato, anche concerti di importanti artiste di jazz, incluso un'interpretazione superba del capolavoro orchestrale di Miles Davis e Gil Evans "Sketches of Spain", diretta dalla bravissima arrangiatrice Maria Schneider accompagnata da Fresu come solista.

Il direttore artistico del festival di Vicenza mi ha invitato a scrivere un saggio sulle donne nel jazz e la mia iniziale eccitazione ha presto lasciato il posto al panico di fronte a ciò che avevo accettato di fare e che ha prodotto in me lo stesso effetto di una tonnellata di mattoni scaraventatami addosso.
Che ne può sapere un uomo di mezza età come me di cosa significhi essere donna nel jazz? O di essere una donna in generale?

Di jazz me ne intendo. Negli ultimi venticinque anni ho avuto a che fare con la musica come giornalista, D.J., produttore di concerti, direttore di un'etichetta discografica e addetto stampa e dal giugno 1999 sono il corrispondente dall'Italia per Down Beat, considerata per decenni "la bibbia" delle riviste mondiali del jazz. Eppure se è vero che mi considero un uomo della "Nuova Era" illuminato e sensibile, indipendentemente dalla frequenza con cui entro in contatto con la parte femminile di me (ciò che i Junghiani chiamano "anima"), è altrettanto vero che non sono e non sarò mai una donna. Quindi è un bel dilemma essere un uomo e dover scrivere qualcosa di pertinente e interessante su cosa vuol dire essere una donna.

Sarò volutamente un po' ironico perché la capacità di scrivere qualcosa sul contributo delle musiciste allo sviluppo del jazz nel secolo scorso, così come la capacità di creare musica, non dipende dal genere. L'aspetto problematico, piuttosto, è essere un uomo e affrontare questo argomento da una prospettiva sociologica ed empirica andando oltre la mera collocazione delle jazziste in un contesto storico. Per fortuna, molto è stato detto e scritto sul tema delle donne nel jazz e, personalmente, conosco abbastanza artiste da essere in grado di condividere con voi alcune impressioni.

Mi pare interessante osservare quella che è l'opinione comune tra le jazziste e anche tra gli uomini che lavorano nel settore musicale, i cui atteggiamenti verso le musiciste professioniste si sono affrancati da certe abitudini arcaiche e scioviniste e da pregiudizi millenari che ancora esistono in alcune parti del mondo (e non parlo sono del Medio Oriente, dell'Asia, dell'Africa o del Sud America, poiché in un cantone della Svizzera le donne hanno il diritto di voto solo dal 1990). L'opinione comune, dicevo, è che il concentrare l'attenzione su un gruppo specifico finisce per porre un'enfasi esagerata e fuorviante sul fatto che i suoi componenti siano "diversi" dallo status quo. Perciò, paradossalmente, l'idea di mettere in risalto i successi delle donne nel jazz è di per sé una forma di segregazione - quello che la baritonista Claire Daly definisce "ghettizzazione" - come se si considerassero categorie a se stanti i jazzisti bianchi, ebrei o europei.

Che le donne debbano ancora raggiungere la parità con gli uomini in molte professioni non è una novità, anche se proprio lo scorso anno le Nazioni Unite hanno pubblicato il risultato di uno studio (peraltro costato non so quanti milioni di dollari che probabilmente avrebbero potuto essere spesi meglio in altro modo), per giungere alla conclusione, piuttosto ovvia, che le donne rappresentano il gruppo demografico più discriminato di tutta l'umanità. Non è dunque una sorpresa che le donne siano una minoranza nel business musicale così come in molte altre professioni, con l'eccezione, forse, delle suore, delle infermiere e delle assistenti di volo. Questo fenomeno non è tuttavia limitato al solo mondo del jazz. Fino a poco tempo fa, e per più di un secolo, la venerabile Filarmonica di Vienna, una delle migliori orchestre classiche del mondo, non annoverava alcuna presenza femminile (hanno ingaggiato soltanto una donna giusto come simbolo, una flautista di fila o un'arpista, non ricordo esattamente - so solo che le femministe dimostrano ancora fuori dalla Carnegie Hall ogni volta che l'ensemble vi si esibisce).

Si può dire con sicurezza che le scarse opportunità professionali offerte alle donne in ambito musicale non dipendono dalle loro capacità, quanto piuttosto da una mentalità superata. E il fatto che questa mentalità abbia cominciato a cambiare dopo la Rivoluzione Industriale e, più rapidamente, nel corso della seconda metà del ventesimo secolo, significa che, nei tempi moderni, le opportunità per le donne, nel jazz e in altri ambiti, sono notevolmente aumentate. Eppure, Lara Pelligrinelli, una delle poche giornaliste professioniste di jazz, ha recentemente osservato che non ci sono donne nella Lincoln Center Jazz Orchestra (LCJO), l'ensemble residente di jazz al Lincoln Center (J@LC), il programma di jazz più ampio e conosciuto, diretto da Wynton Marsalis.
In un articolo pubblicato lo scorso autunno dallo storico Village Voice, uno dei settimanali alternativi più influenti degli Stati Uniti, la Pelligrinelli ha scritto che dei 278 artisti (104 ance, 62 trombettisti, 42 trombonisti, 57 bassisti, 43 batteristi e 74 pianisti) presenti nel programma dal 1991, solo tre erano donne e tutte pianiste (una di loro era Renee Rosnes, la pianista della Carnegie Hall Jazz Band, che ha ammesso di essere stata chiamata in quel gruppo dal direttore musicale, il trombettista Jon Faddis, che aveva deciso di pescare nella sua rete di vecchie amicizie; solo che l'amico, in questo caso, era una donna). Tutto sommato, la mentalità da circolo maschile della J@LC è un punto a sfavore dello stesso Marsalis piuttosto che delle jazziste.

Nonostante il fatto che donne come Toshiko Akiyoshi, Carla Bley e Maria Schneider si siano costruite una carriera nel jazz come leader di big band - seguendo le orme di autentiche pioniere quali Carline Ray, Roz Cron e Clora Bryant che dirigevano band tutte al femminile nel periodo che va tra l'epoca dello swing e la fine della seconda guerra mondiale -, le big band del jazz, compresa l'Italian Instabile Orchestra, sono un dominio quasi esclusivo degli uomini. La Bley ha dichiarato che di solito trova un microfono da voce vicino al pianoforte ogni volta che va a un sound check perché i tecnici pensano che, essendo donna, deve per forza essere una cantante.

Naturalmente questa è, in parte, un'anomalia nella storia del jazz, dal momento che un gran numero di jazziste sono in realtà cantanti che hanno cominciato la loro carriera nelle big band. Alcuni fra gli esempi più conosciuti: Ella Fitzgerald con Chick Webb; Billie Holiday con Count Basie e Artie Shaw; Sarah Vaughan con Earl Hines e Billy Eckstine; Anita O'Day, June Christy e Chris Connor con Stan Kenton; June Tyson con Sun Ra e Jeanne Lee con la Galaxie Dream Band di Gunther Hampel.

Prendiamo poi in esame i casi di Lil Hardin - validissima compositrice e pianista, nonché seconda moglie di Louis Armstrong, che convinse il marito a uscire dall'ombra della band di King Oliver e unirsi a quella di Fletcher Henderson, e ancora componente fondamentale delle band degli Hot Five e degli Hot Seven del consorte prima di andare per la propria strada - e Mary Lou Williams - pianista, compositrice e arrangiatrice di talento che cominciò nella band di Andy Kirk negli anni '30 e scrisse, tra l'altro, per le big band di Benny Goodman, Earl Hines, Tommy Dorsey, Duke Ellington e Dizzy Gillespie, prima di imbarcarsi in una carriera solistica che sarebbe stata comunque di tutto rispetto anche se non fosse stata una donna. Ebbene, questi due nomi splendono come fuochi isolati negli annali del jazz della prima metà del 20° secolo.

Non di meno, a partire dagli anni '70, abbiamo assistito a un notevole incremento nel numero di musiciste, secondo un trend che sembra in aumento (nel corso del 2000 il 25% dei partecipanti all'annuale Essentially Ellington High School Band Competition che la J@LC tiene negli Stati Uniti erano donne). E mentre cantanti come Cassandra Wilson o Dianne Reeves sono oggi fra le jazziste che vendono più dischi, un'ipotetica lista di strumentiste di successo non potrebbe che includere pianiste come Amina Claudine Myers, Diana Krall e Patricia Barber, la chitarrista Leni Stern (tutte anche cantanti) e strumentiste pure, come le pianiste Rita Marcotulli e Geri Allen e la violinista Regina Carter. Un risultato particolarmente importante conseguito dalla stessa Daly nello scorso mese di marzo, è stato un ingaggio a Chicago con la Gerry Mulligan Tribute Band, un onore per ogni baritonista, uomo o donna. E, a proposito di risultati, il prestigioso premio danese JazzPar Prize, assegnato nel 2000 alla percussionista Marilyn Mazur, ha rappresentato un segnale molto positivo agli albori del nuovo millennio.

In un numero speciale dello scorso anno, dedicato alle donne nel jazz, il direttore del periodico americano Jazziz ha moderato una tavola rotonda con Bley, Stern, Daly, Wilson, le pianiste Barbara Carroll e Myra Melford e la batterista Cindy Blackman. Pur apprezzando i riconoscimenti, tutte hanno dichiarato di preferire di ottenere ingaggi per merito del loro talento come cantanti, compositrici o strumentiste che di ricevere un trattamento speciale per il solo fatto di essere donne. E se i referendum annuali di vari periodici di jazz sono un male necessario, è pur vero che essi servono come termometri per giudicare gli artisti sulla base delle loro capacità; anche se talvolta sono considerati una sorta di gara ippica, almeno non sono concorsi di bellezza. Attribuire al fatto di essere donna la collocazione di Maria Schneider fra i primi tre compositori, arrangiatori e leader di big band in molti referendum dei critici e dei lettori di Down Beat e Jazz Times della metà degli anni '90 (come avvenne, prima di lei, per Akiyoshi e Bley), è una vera assurdità: sarebbe come dire che le sue collaborazioni con big band in Danimarca, Svezia e Finlandia dipendono dal fatto di essere nata nel Minnesota, lo stato con il più alto numero di immigrati scandinavi.

Avevo avuto occasione di parlare con la Schneider riguardo al fenomeno delle donne nel jazz nella sua globalità - un argomento che lei evidentemente preferirebbe considerare un non argomento - ed ha voluto condividere alcuni concetti che certamente io stesso non avrei potuto esprimere altrettanto bene (e che forniscono convenientemente una conclusione molto appropriata a questo articolo!).

"Quando faccio musica, sia che componga, che provi o che diriga, l'ultima cosa che mi passa per la testa è il fatto di essere donna e credo che nemmeno i miei colleghi pensino al fatto di essere uomini quando fanno musica", scrive. "Non mettono un segno su un uomo con su scritto "UOMO". E dunque perché dovrebbero far altrettanto con una donna? Non è forse ovvio? E che differenza fa se sono una donna? Se il mio lavoro non è abbastanza interessante di suo, non mi interessa lavorare. Ho cercato di fare ciò che volevo con creatività, lavoro abbastanza da poter sbarcare il lunario e penso che tutto ciò dipenda dal mio valore. Certamente lavoro abbastanza duramente per crederlo."

"Sono quella che sono e la mia sfida è solo cercare di fare musica nel miglior modo possibile, ecco tutto. La sfida non è certo quella di essere una donna fra gli uomini", continua. "Non ne posso più delle questioni di genere perché sento che così si finisce per sminuire il valore di ciò che faccio. Di ciò che tutti noi facciamo. Certamente, in questo modo non si considera con il dovuto rispetto l'incredibile dono che ognuno di noi ha ricevuto per la musica, per la magia dell'espressione creativa, per la bellezza insita nel dare vita alle proprie sensazioni attraverso le vibrazioni sonore. Per la maggior parte dei musicisti la sfida è solo quella di fare musica ricca di significato, passando la vita cercando di migliorarsi e progredire. Speriamo almeno di poter continuare la nostra ricerca vivendo agevolmente."

"Ho dedicato tutta la mia vita da adulta alla musica e non ho mai avuto la sensazione che qualcuno non mi abbia ingaggiato perché sono una donna. Se invece mi hanno preso solo perché sono una donna, beh, hanno ricevuto molto di più di quello che si aspettavano!"

Amen.


Traduzione di Loretta Simoni

Riprodutto per gentile concessione di New Conversations - Vicenza Jazz 2001

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