Luglio 2003
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John Abercrombie Quartet / Dave Douglas Quintet
Dolce Vita Jazz Festival
La Palma Club - Roma - 15.07.2003
Valerio Prigiotti
La serata del 15 luglio ha visto all'opera, sul palco del La Palma Club, due
gruppi. Un accoppiamento senza dubbio dovuto a ragioni pratiche, ma che ha giustapposto
organici fin troppo diversi, a scapito della proposta migliore, quella di Douglas.
Andiamo per ordine: John Abercrombie ha guidato un quartetto composto da artisti
di gran spessore, ma le loro personalità non ci sono apparse ben amalgamate.
Problema minore per la coppia Marc Johnson / Joey Baron, anche se le loro
concezioni dello swing sono apparse distanti e la cavata nobile ed essenziale del
bassista non trovava il giusto partner nella scansione cangiante, nervosa di Baron.
Più grave la distanza estetica fra il chitarrista e Mark Feldman, il cui violino,
estroverso e dotato di voce potente, era protagonista di cavalcate sovrabbondanti, tutte
virate sul forte, insistenti nell'uso di arpeggi veloci e pattern
scolastici.
La sua pronuncia era quasi priva di swing e soffocava il fraseggio di Abercrombie, ricco
di ghost note e sottili inflessioni.
Il leader ha proposto brani ben differenziati e articolati (A Nice Idea; Open
Land; A Class Trip), serviti da un gruppo che Baron guidava con la consueta
fantasia, culminata in un lungo assolo a mani nude. Diremmo fin troppo articolati,
al punto da apparire artificiosi e non restare nella memoria dell'ascoltatore.
Abercrombie, quando Feldman cedeva il campo, ha colpito per chiarezza delle linee
melodiche, corposità timbrica e molteplicità dei referenti stilistici. Qualche impaccio
in un passaggio classico e qualche perdita di coerenza nello sviluppo degli assolo più
lunghi.
Nessuna incertezza nel quintetto di Dave Douglas, che ha proposto brani tratti
da «The Infinite»,
lavoro che guarda al Davis di «In a Silent Way»,
non trascura il primo Hubbard fusion di «Red Clay» e assorbe altri stimoli
dagli anni Sessanta (Horace Silver, l'ultimo quintetto di Davis).
Il tandem James Genus / Clarence Penn ha fornito un sostegno robusto e
incalzante, sul quale galleggiava il Fender Rhodes di Uri Caine, che si conferma
brillante erede del sound proposto trent'anni fa da Corea, Zawinul,
Hancock e Jarrett. La sua essenzialità nell'accompagnare e la lucida
costruzione dell'assolo ha bilanciato l'estroversione di Douglas, che elabora il
fraseggio di Woody Shaw, giocando su intervalli ampi e su pattern di grande
tensione armonica e notevole imprevedibilità nello sviluppo.
Al sax c'era Seamus Blake, che non ha fatto rimpiangere Chris Potter. Il
suo tenore risente della lezione di Wayne Shorter e Joe Henderson, muovendosi
obliquo e teso, più vicino all'understatement che alla declamazione.
C'è stato spazio per un brano inedito, Just Let Me Say This, scritto nel settembre
2001 presso Ground Zero, dedicato alle vittime di Al Qaeda e a chi soffre in Irak
per «le orribili azioni del nostro governo», come ha detto Douglas. Una ballad forte,
introdotta dal trombettista sfruttando l'impatto drammatico del registro grave, poi
sviluppata con un senso di recuperata vitalità dal resto del gruppo.
Buona presenza di pubblico, in particolare durante il set di Douglas.
Sito di John Abercrombie:
www.johnabercrombie.com
Sito di Dave Douglas:
www.davedouglas.com
Programma del Dolce Vita Jazz Festival:
www.dvjazzfestival.com/program.htm
Foto di Claudio "Cas" Casanova
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