Febbraio 2003
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Art Ensemble of Chicago - Kalhil El'Zabar's Trifactor
Linguaggi Jazz
Piccolo Regio - Torino - 18.01-01.02.2003
Paolo Curtabbi
Non poteva che essere rituale e riflessivo l'ingresso dell'Art Ensemble of
Chicago nel piccolo tempio del jazz subalpino, la sala del Piccolo Regio che ha
ospitato per l'ottava volta la più nutrita e prestigiosa rassegna invernale di concerti
jazz che sia possibile ascoltare a Torino. Un evento al quale ci accostiamo ogni anno
con grande curiosità e con l'uguale desiderio di rendere partecipi chi non c'era con la
nostra cronaca. Peccato però, che anche quest'anno - e non, lo sottolineiamo, per nostra
volontà ma per quella degli organizzatori o chi per essi, le nostre parole non siano
accompagnate dalle immagini fotografiche, elementi insostituibili nel documentare
un'espressione musicale come il jazz che del "qui e ora" si nutre da decenni, cogliendo
nell'attimo che passa, l'irripetibilità del contesto e dell'esecuzione musicale, oltre
che una propria e inconfondibile estetica figurativa, il frutto di decenni di evoluzione
stilistica e la combinazione vincente per il passo futuro.
L'AEoC mancava a Torino da un bel po' di anni, naturale dunque che il suo ritorno fosse
atteso con grande interesse, soprattutto dopo la morte di Lester Bowie che aveva
aperto in molti di noi granitici interrogativi sulle sorti del gruppo. Invece, ecco la
buona novella del ritorno di Joseph Jarman, che aveva abbandonato i compagni nel
1993 per dedicarsi a progetti personali e alla sua ricerca spirituale. È proprio lui ad
aprire il concerto, adoperandosi con un fitto set di piccole percussioni metalliche,
subito accompagnato da Roscoe Mitchell (che pare sia stato l'artefice di questo
assemblaggio percussivo) alle prese con un altro set di strumenti simili, col quale
dialoga per un buon quarto d'ora fino all'inserimento discreto del basso di Malachi
Favors mentre Don Moye assiste concentrato ma silenzioso.
Una musica sospesa, minimale quasi, più esoterica che esotica, fatta di suoni
centellinati, dai tratti e dall'incedere incantatorio, che protraendosi per circa
quaranta minuti, ha costituito la parte più controversa al giudizio degli ascoltatori,
che forse si aspettavano furiose declamazioni ed energiche cavalcate collettive, che
pure ci sono state nel proseguo del concerto. Assai più corposa rispetto ai concerti
milanese e romano, questa prima parte (o introduzione, cerimoniale o rito collettivo, la
definizione è irrilevante) è da intendersi come un tentativo, riuscito, di contatto
spirituale col pubblico, una lenta abluzione sonora offerta come viatico al mondo
musicale dell'Ensemble. È bastato infatti che dopo i timidi inserti di ance e flauti,
Mitchell imbracciasse il suo soprano per dare il via ad una spericolata levitazione
solista, a tratti furente e sempre sul punto di esplodere, per far tornare il gruppo
nell'alveo di sempre, senza i connotati eversivi - culturali e scenici - degli anni
passati ma con identica energia comunicativa.
Senza gli ospiti presenti nelle altre date della tournée, il concerto torinese è stato
forse il più emblematico per tastare il polso ai veterani chicagoani. Un polso che,
verrebbe da dire, non perde un colpo. Roscoe ha dimostrato di essere la colonna
vertebrale, il ganglo nervoso più eccitabile dell'AEoC, mentre Malachi, instancabile
sostenitore delle fitte e intricate trame sonore, un robusto e fantasioso stimolatore
dialettico. Con Moye fattosi più incisivo lungo il concerto, soprattutto nei brani più
incalzanti, sposa in un connubio ideale la sue poliritmie alle polifonie delle ance e
Jarman, non recupererà forse la forza solistica del compianto Bowie, ma sa essere abile
suggeritore, ed anche sottile provocatore nella scelta di infilare sonorità stranianti e
rapidi e sghembi fraseggi. Del resto, è bastata la raffinatezza
dell'intramontabile "Odwalla" per confermarci che la storia continua. E che atre cose
ancora succederanno.
Influenze dell'AEoC si ritrovano nella musica del percussionista chicagoano Kalhil
El'Zabar, proveniente dallo stesso alveo dell'AACM, che ha esordito sul palco
torinese con una programmatica "Conversation with the Ancestors". Il suo
Trifactor, con Billy Bang e Hamiet Bluiett, non ha la le
potenzialità dell'Ethnic Heritage Ensemble ma ne conserva l'aura intimista e
rituale ponendo però ancor più in evidenza gli aspetti melodici rispetto al ritmo che
risulta in definitiva minimale, dal momento che il leader adotta preferibilmente una
sola e breve figura ritmica, ripetuta in modalità "trance" senza sostanziale variazioni.
Anche la struttura esecutiva è semplice, con il rigoroso schema della breve e corale
introduzione tematica alla quale segue subito la serie degli interventi solistici, tutti nello stesso
ordine di brano in brano: percussioni, violino e sassofono baritono. Il blues è la forma
prediletta, anche quando El'Zabar accompagna le sue percussioni con la sua voce
profonda, chiara e pulita, ottima come inserto timbrico (nel suo oscillare tra la
dizione chiaroscurale di un Kurt Elling e l'ondivaga linea onomatopeica dello
scat di Bobby McFerrin) ma molto meno efficace quando si cimenta in performance
solitarie, esclusivamente vocali, dove l'intensità drammatica del gospel approda a
risultati di dubbio valore come nella versione doo-wop di "I Wish I Knew".
Billy Bang suona con piglio sicuro, dimostrando di muoversi egregiamente nel contesto
improvvisativo più libero e il suono sporco ma originalissimo e suadente del suo violino
si modella alla perfezione acquistando ampi parametri timbrici, tanto da sembrare un
secondo fiato quando suona all'unisono con Bluiett. Quest'ultimo, suonando con il
baritono appoggiato ad uno sgabello, pare il meno ispirato e, nello spazio
eccessivamente ampio dei brani, anche un po' a corto di idee, per di più insistendo a
muoversi nel registro più alto, dove la tecnica lo assiste egregiamente ma le scarse
potenzialità di sviluppo del fraseggio lo trattengono nei limiti di elementari cirlocuzioni.
Nel complesso tuttavia, la semplicità formale adottata dal trio, l'elementare tappeto
ritmico con l'orecchiabile linearità delle melodie, hanno buona presa sul pubblico che
non fatica a riconoscere il messaggio: l'inesauribile eredità dei ritmi africani
(batteria ma anche mbira e tamburi etnici) che si sposa con il lessico jazzistico e
neroamericano urbano del secolo passato. Senza impegnative elucubrazioni, semplice,
diretto e in quest'ottica dunque, efficace. Anche questo è un pregio.
Sito del Centro Jazz Torino:
www.centrojazztorino.it
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